La Nandini al mercato

… poi arriva l’India. Che mi ha dato tante cose. Una è questa: riguarda la fotografia e lo sguardo. Cioè: un modo di guardare più aperto e un altro modo di fotografare.

Provo a spiegare. Prima, quando “amavo fotografare il paesaggio”, la mia era una fotografia lenta, di attesa. Quasi meditativa. Fissavo un’inquadratura intorno allo spazio e poi aspettavo che qualcosa accadesse in quella scena. Anche solo il passaggio di una nuvola, l’accadere di un’ombra o una folata di vento gelido. Stavo in uno spazio di contemplazione, insomma. Che trasformava, in un certo senso, il fotografo in uno spettatore. Me ne stavo, come dice Larry Fink, “tranquillamente seduto sulle tribune”. Facile, in questo tempo lungo, fissare equilibri in modo armonioso. Facile.

… poi arriva l’India. E in tribuna non ci sono stato più. Sono sceso in campo. Mi sono mescolato alle cose e alla gente. Sono diventato anch’io cosa e gente. Il mio sguardo si è collocato dentro l’esistenza, dentro e al fianco delle persone. Non c’era più il tempo lento della contemplazione, ma quello impetuoso e senza sosta della strada, delle case, dei mercati. Della vita. E lo sguardo si è immerso in questo nuovo ritmo. Senza pause, senza vuoti, senza ordine.

Discariche immense davanti a villette ordinate; il silenzio di un tempio indù circondato dal traffico; uomini donne bambini in tutte le direzioni: gesti e storie che scorrono senza sosta, si intrecciano al mio sguardo o passano oltre; tubi di scappamento e noci di cocco vendute ai margini delle strade; tecnologia sofisticata e stradini senza casta che lavorano ricoperti di polvere; sacro e profano; luce e ombra; calore e sollievo del vento … Non facile combinare tutte queste cose, questi contrasti in modo “armonioso”. Non facile.

… poi arriva questa foto

Una Nandini, la vacca sacra custode dei templi, che si aggira tranquilla tra i banchetti di un mercato. Mentre scatto mi sembra di intuire una cosa. Che non c’è nessun bisogno di cercare equilibri e armonie. Di vedere le cose in modo separato e poi disporle, nell’immagine, in un ordine che è solo mentale. Non c’è nessun bisogno di stabilire gerarchie tra le cose. La Nandini che si aggira nel mercato appartiene all’ordine naturale del mondo e dell’esistenza. Senza separazione. Qui ho sentito con chiarezza che il mio sguardo deve lasciarsi trasportare da questo flusso di vita, da questo unico grande gesto che l’esistenza compie in ogni momento e dove tutto confluisce.

Ho scoperto, insomma, uno sguardo che mi trasforma da spettatore in attore. E  trasforma anche la fotografia, che diventa il luogo in cui contrasti e incongruenze (apparenti) si riuniscono e convivono. Senza separazioni.

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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