Opinioni di un soggetto fotografico

Sabato scorso è venuto a trovarmi in cascina Hermes Mereghetti. Giovane fotografo che sta realizzando un progetto sui volti della fotografia italiana. È venuto per fotografarmi.

Ora. Io non amo essere fotografato. Non per snobismo. Sono solo un po’ timido e un po’ orso. Tutto qua. Infatti ho poche foto di me. Qualche selfie sporadico, qualche foto-ricordo da destinare alla memoria e agli affetti. E le poche altre che possiedo sono state fatte a mia insaputa. Quelle che preferisco. Di ritratti in posa ho quasi solo le fototessera del passaporto e della carta d’identità. Però ho accettato. Ho accettato di mettermi, consapevolmente, dall’altra parte dello sguardo di qualcuno. E quelli che seguono  sono alcuni dei pensieri che hanno attraversato la mia testa durante il nostro incontro. .

Uno. Il ritratto è cominciato stando comodamente seduti a chiacchierare sul divano. Quello tutto graffiato dai miei gatti. Il ritratto ha cominciato a prendere forma con le parole. Hermes che mi raccontava dei suoi viaggi, dei suoi progetti, di un suo certo modo di scoprire sé stesso fotografando gli altri (Bellissimo! Voglio approfondire con lui la cosa e parlarne, prima o poi, in Valigia. O magari fare qualcosa insieme. Chissà). Io che raccontavo un po’ di me, dei miei laboratori. Ma, soprattutto, ci stavamo ascoltando. Per un bel po’. Un ritratto nato con l’ascolto.

Due. Quando divento soggetto di una foto non so dove mettere le mani. Anzi: non so dove mettere tutto il corpo. Mi sono chiesto perché. Non mi convinceva del tutto l’idea che il mio impaccio derivasse dal fatto che stavo rivestendo un ruolo (quello di modello) cui non sono abituato. C’era qualcosa di più. Qualcosa che, forse, consiste in questo: mi rendevo conto che stava per arrivare un momento, quel momento (del clic), in cui il corpo sarebbe stato prelevato dal fluire del tempo e consegnato al futuro. Alla memoria. Mi rendevo conto che il corpo stava passando dalla vita alla rappresentazione. Stava entrando nella sfera del simbolico. A quel punto scattano una serie di domande ingombranti: quale sarà la posa che meglio mi rappresenta? Come voglio apparire? Cose così.

Tre. Niente da fare: l’impaccio è il luogo dove l’Ego (del soggetto) combatte perché vuole essere padrone dell’immagine, della propria apparenza. Ignorando lo sguardo degli altri. Così ho respirato a fondo e ho cominciato a dimenticarmi di me, del mio copro, della mia presenza. Sono ritornato piano piano nel flusso del tempo e mi sono abbandonato allo sguardo di Hermes. Ho lasciato che il suo sguardo accadesse. È successo quando dallo studio siamo passati a camminare per le campagne. Un ritratto iniziato con le parole e proseguito nel silenzio, nel fruscio delle foglie, tra le stoppie. Senza più Io. Solo l’accadere delle cose. E dello sguardo.

Quattro. Il ritratto, come tutta la fotografia, è una relazione. Con il mondo, con la gente. Ma questa relazione avviene prima del clic. Avviene mentre guardi, mentre ascolti, mentre cerchi ci capire. Il clic, lo scatto finale, è solo la relazione incanalata in una forma. Non so, come se ogni foto fosse l’eco di un rapporto (di amore, di pietà, di compassione, di comprensione) che abbiamo avuto con la vita. Una cosa così. Ma sono solo opinioni di un soggetto. Fotografico.

www.hermesmereghetti.com

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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3 risposte a Opinioni di un soggetto fotografico

  1. loscalzo1979 ha detto:

    Riflessioni come sempre interessanti e ricche di spunti Enrico

  2. Sai, ho respirato con te mentre aspettavi il “click” . . . e condivido in pieno quello che scrivi.
    Le foto dei matrimoni vengono meglio se si crea un “feeling”tra gli sposi (ma soprattutto la sposa) e il fotografo, questo me ne sono accorta negli anni. Ho saputo di un fotografo (bel cafone) che dopo le foto della cerimonia, con gli sposi e i suoi “assistenti” è andato a fare altre foto, dopo poche foto ha chiesto (in modo piuttosto volgare) alla sposa di alzare la gonna sopra le ginocchia . . . da lì in poi le foto sono “legnose”, per tutti e due gli sposi . . . 😉

    Ho notato anche un’altro particolare (forse l’hai pensato anche tu, ma non l’hai scritto), sia nelle foto tessera che nelle foto in posa (tipo Natale, book o per quadri per le mamme o le nonne), se uno ha o pensa di avere un difetto, si concentrerà su quello e lo vedrà in modo esagerato . . . e questo, in tempi ante photoshop era un bel problema . . . 🙂

    Ciao, Giagia

  3. silvio ha detto:

    Il ritratto si fa in due, chi esegue, e il ritrattato!!

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