Diario d’estate. La Valigia

Molte volte mi hanno chiesto: Ma come fai a scrivere tutti i giorni la Valigia? Dove trovi tutte quelle cose, quelle idee? Davanti a queste domande, in genere, cerco di scivolare via. Abitudine, dico. Oppure: merito dei miei gatti che mi svegliano alle cinque. Cose così. Rido e filo via.

Oggi voglio provare a dare qualche risposta. Spero siano sensate. La prima cosa che voglio dire è questa. Ho capito che, molte volte, quello che scrivo è frutto del passaggio della Poesia (chiamatela come volete: ispirazione, intuizione, anima …). Poesia che ha la bontà di venire, ogni tanto, a dimorare dalle mie parti. Al suo passaggio lascia sempre sul mio tavolo qualche cosa. Io la raccolgo, la guardo, la giro e la rigiro e poi vedo cosa posso farne.

La seconda cosa è questa. Cerco ogni giorno di essere degno di queste visite. E allora preparo le stanze per poterla accogliere, la Poesia (o come volete chiamarla voi). Voglio, insomma, che si trovi bene, che rimanga con me il più possibile. In che modo? Lascio aperte tutte le porte, le finestre. Apro tutti i sensi, la mia memoria, il mio sapere limitato. Lascio sempre aperte le pagine dei miei taccuini o il diaframma della mia fotocamera. Così mi addentro nelle giornate e lascio che la vita mi arrivi dritta in pancia. Senza distanze di sicurezza. Poi vedo cosa posso farne.

Terza cosa. Non getto via niente. Come un bricoleur mi servo di tutto ciò che incontro. Un pacchetto vuoto di sigarette, un aperitivo, un dialogo, un aggettivo, un’immagine, una bicicletta che passa, una lettura, un ricordo, l’odore delle stalle, il vento che si alza la sera, un gesto, Le Variazioni Goldberg, un latrato lontano, Wim Wenders … Non butto via niente. Raccolgo tutto e, come in quella bellissima metafora di Bernardo di Chratres: noi siamo come nani sulle spalle dei giganti, salgo sopra a tutte queste cose e provo a guardare più lontano.

E a scrivere La Valigia.

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fotografo, critico, docente
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