Ma la stessa non è

Come avviene per tante parole, che sono così consunte e abusate da perdere ogni significato, anche per molte immagini accade di guardarle e avvertire il vuoto che risuona dentro di esse.

Ognuno, poi, ha i propri vuoti, i propri fastidi. Io, per esempio, mal sopporto le immagini di fabbriche abbandonate, i riflessi, la folla indistinta, il selfie, le barchette solitarie sperdute nel mare. Nessuno è perfetto.

Poi, però, sento che questo discorso ha qualcosa che non va e allora mi fermo a ragionare intorno a questo mio fastidio. E penso che per chi ha scoperto, la prima volta, quelle fabbriche abbandonate, quei riflessi, la folla indistinta, il selfie (ma si, anche lui), quelle barchette solitarie, per lui quelle immagini hanno (ancora) una pienezza e un senso. Non risuonano a vuoto.

Così mi sono ricordato di una cosa bellissima che aveva scritto Adriana Zarri, una teologa ed eremita che amo molto, che rileggo ogni volta che ho bisogno di guardare le cose dal punto di vista del rovescio della medaglia:

“Noi non sappiamo reggere alla reiterazione senza perdere la verità e la partecipazione degli inizi. E invece dovremmo: e ricordarci che, ogni volta, è come se fosse la prima: anzi  è in effetti la prima che, in quel momento, diciamo o facciamo o siamo: dopo sarà un’altra, differente, anche se le somiglia, ma la stessa non è.”

 

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fotografo, critico, docente
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