Lo zainetto con la maschera da sub. Dal diario del Laboratorio

Ho scritto che tutti i fotografi, una volta bendati, cercano di determinare la loro nuova posizione nell’oscurità. No: tutti meno uno. Tutti meno Emanuele Saja.

Emanuele viene da Palermo. E’ partito domenica mattina e in macchina si è fatto settecento chilometri. E’ arrivato domenica sera, lui e il suo zainetto, dove tiene una maschera da sub, una piccola macchina fotografica per riprese subacquee e un collare antivento, quelli da barca o da sci. E’ tutto quello che ha con sé. Non sa nemmeno dove andare a dormire. Perché Emanuele, domenica mattina, è uscito per andare al mare e poi – con un colpo di istinto – ha deciso di venire qui in Salento. Giuro.

E noi lo adottiamo. Adottiamo quasi subito la sua tenerezza, la sua sensibilità, la sua stravaganza dolce. Adottiamo quasi subito questa figura naïve, che è un misto di Buster Keaton, Rimbaud e Dino Campana. Poeti dalle suole di vento. Credo disegni, nella vita (scenografie?). Credo gli manchino i suoi colori. E forse anche qualcosa o qualcun altro. Non lo so. All’apparenza i suoi discorsi sembrano un po’ strampalati, ma quando arriva alla fine del ragionamento, con una frase o una semplice parola, rimette a posto tutto e riesce a farci vedere le cose come non le abbiamo mai viste. Ho sempre l’impressione che le sue parole provengano da distanze siderali.

Emanuele, dicevo, non cerca nuove coordinate nel buio. Non gli interessano, mi sembra di capire. Emanuele si abbandona al buio. Si lascia andare. Sente che il buio ha cancellato ogni parete, ogni confine e in questa sospensione gli piace lasciarsi cadere. Forse è per questo che ha deciso, in questo autoritratto, di fotografare sé stesso dal punto di vista dell’oscurità. Di fotografare sé stesso nel momento che precede lo stupore.

© Emanuele Saja, Autoritratto, giugno 2015

© Emanuele Saja, Autoritratto, giugno 2015

 

https://lavaligiadivangogh.wordpress.com/2015/06/07/lo-stupore-ritrovato-dal-diario-del-laboratorio/

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fotografo, critico, docente
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