Mi è venuto il blues

«Io lavoro da quando ho sette anni. Mia mamma raccoglieva il cotone nei campi. Sono figlio unico, non ho mai avuto nessuno con cui giocare. Se non hai nessuno con cui giocare, ti crescono ventiquattro rughe sulla faccia, dice Willy Foster, ti viene il blues.» (Paolo Nori, Ente Nazionale della Cinematografia Popolare).

Non so se è così anche per voi, ma io, quando ho letto questa cosa, sono diventato matto. Sono diventato matto per questa idea, bellissima, che qualcosa di straordinario, come il blues, ti segna il corpo e ti prende come una malattia.

Mi è venuto il blues. Come dire Mi è venuta la polmonite. E questa malattia te la porti nel corpo, nella testa. Ti accompagna nelle tue giornate. Non ti abbandona. Mai. E tu non abbandoni lei. La coltivi, la stringi forte. Mi è venuto il blues.

Mia mamma non raccoglieva cotone, però nei campi raccoglieva riso. E non sono figlio unico, però anch’io non ho mai avuto qualcuno con cui giocare. Non so quante rughe si sono depositate sulla mia faccia, però anch’io ho la mia malattia, che non mi abbandona. E il blues che mi è venuto, il mio blues, si chiama Fotografia.

Oh, yes.

 

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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