Non chiedo tanto

Non chiedo tanto. Solo un po’ di rispetto in più. Per la fotografia. Perché la fotografia, secondo me, è una cosa seria e grande. Anche rituale, molte volte. Un gesto enorme. Qualcosa che ci sopravviverà. Qualcosa con cui consegniamo al futuro la traccia del nostro sguardo, le impronte di pezzetti di vita e di mondo che abbiamo attraversato, che abbiamo cercato di capire.

Consegnare. C’è sempre, in fotografia, una consegna da rispettare. A noi stessi, a un nostro progetto, al committente, alla rete, al Domani. Eppure, da quando fotografare è diventato ancora più semplice e diffuso, provo un senso di disagio (per non dire: fastidio) davanti a molte immagini.

Mi sono interrogato sul motivo di questo disagio e credo di aver trovato soccorso in Rilke, un poeta. A lui un giovane si era rivolto per chiedere consiglio sulla poesia. E questa è stata la risposta di Rainer Maria Rilke:

Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità.     (Lettere a un giovane poeta)

Necessità. Ecco la parola che cercavo. Il mio disagio nasce dal fatto che davanti a molte immagini non avverto la necessità della loro esistenza/presenza. Le guardo e mi sembra che molte di esse siano inutili, non necessarie per chi le ha prese e per coloro ai quali sono consegnate. Ancor meno necessarie per il Domani. Perché in esse è dato troppo spazio al Caso, alla Superficie, e quasi niente, appunto, alla Necessità.

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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4 risposte a Non chiedo tanto

  1. Giulia ha detto:

    Molto interessante caro Enrico questa tua riflessione, secondo riguarda anche altri ambiti oggi, in questo mondo dell’abuso della comunicazione. Secondo me ci sono sempre state le fotografie inutili,oggi le vediamo con assoluta facilità grazie a questa febbre del mostrare e del mostrarsi.

    • lavaligiadivangogh ha detto:

      Si, Giulia, hai ragione. Anche in altri ambiti. Primo fra tutti, lo sterminato universo delle parole, dove la necessità di scriverle o pronunciarle latita da molto tempo.
      E’ triste vedere che la fotografia, nata per la memoria, sia ora quasi solo un mezzo per esibire la propria esistenza. Grazie per il tuo contributo.

  2. Lorenzo ha detto:

    molto interessante quello che dici perché ultimamente non sento la necessità di mostrare le mie fotografie, mi chiedo ma ne vale la pena, non riferito alla valanga di foto che ci sommerge ma alle foto che faccio io, sopratutto in relazione alla prima parte del tuo scritto, aspetto ne valga la pena.

  3. Il Maggiordomo della Casa ha detto:

    Bene. Forse ho trovato chi mi capisce. In genere la gente ride quando racconto che in un lungo week-end a Venezia ho scattato una sola fotografia. C’era un anziano, solo, affacciato ad un balcone in pietra, con le mani nelle tasche di un pigiama di flanella a coste bianche e celeste pallido, che guardava il lento scorrere dell’acqua nel canale sottostante. Non so perchè, ma io a Venezia respiro un’aria da vecchia città mittel-europea del tempo imperiale. In quella foto c’è tutto l’immaginario e le senzazioni che Venezia mi ha da sempre evocato.

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