Wim Wenders Suite. Parte seconda

L’America di Wenders. Le foto della sua America. Che contengono storie o fantasmi di storie, che contengono i fantasmi di altre immagini, scrivevo ieri (https://lavaligiadivangogh.wordpress.com/2015/02/25/wim-wenders-suite-parte-prima/). Che contengono anche il fantasma del cinema, scrivo oggi.

Mi chiedo sempre che fotografia è quella di Wim Wenders e perché mi affascina. Una risposta provvisoria, personale, me la sono data: la fotografia di Wenders è una fotografia ibrida, meticcia. Quando la guardo ho sempre la sensazione di essere davanti a spezzoni di pellicola, di film in attesa di essere montati. Forse è per questo mi piace.

Wenders fotografa luoghi come fossero personaggi, da conoscere, da frequentare, da ascoltare. E in ogni foto, quasi sempre senza persone, c’è l’attesa di una narrazione. C’è il fantasma di un set. Ecco, Wenders, secondo me, inquadra da fotografo ma vede da regista. Il suo sguardo raccoglie immagini statiche, ma quello che in realtà lascia scorgere è cinema. Anche se lui afferma il contrario.

Sono diversi gli indizi. Il formato generoso delle stampe, 124 x 234 cm,  178 x 447 cm, tanto per dire, che se ne stanno lì, appese alle pareti di Villa Panza come tanti schermi del cinema, con quel rapporto 16:9 da widescreen. (Wenders usa spesso una Fuji panoramica 6×17). L’apparizione dentro le sue foto di malinconici schermi di drive-in abbandonati o i frequenti campi lunghi e lunghissimi che sembrano l’apertura di sequenze immaginarie e future. Ma, soprattutto, la presenza di porte, finestre, vetrine allineate come fotogrammi. Ed è lì, secondo me, dove si nascondono le storie, il flash back di ciò che è accaduto dietro a quei vetri e a quelle porte abbandonate. Come in questo edificio di Butte, la più grande città fantasma del mondo, edificio surreale che è stato bordello un tempo

Wim Wenders, Blue Range, Butte, Montana, 2000

Wim Wenders, Blue Range, Butte, Montana, 2000

O nelle vetrine desolate e vuote di un negozio di libri di seconda mano

Wim Wenders, Used Book Store in Butte, Montana, 2000

Wim Wenders, Used Book Store in Butte, Montana, 2000

O, almeno, così è come io ho letto questa mostra.

 

Finale. E poi, alla fine di tutto, c’è Ground Zero, l’opera in cinque quadri che Wenders ha realizzato l’8 novembre 2001 nella voragine lasciata dalle Torri Gemelle. Forse non è un caso se la sala che ospita Ground Zero è proprio di fronte a quella dove James Turrell ha creato Ganzfeld, stanza di luci orchestrate per portare lo spettatore alla perdita totale di percezione della profondità. Perché, forse, la vera deprivazione è quella raccolta dalla luce di Wenders tra le macerie di Ground Zero. Deprivazione morale, del senso dell’Uomo e della sua vita.

Wim Wenders, Ground Zero, New York, November 8, 2001, V, 2001

Wim Wenders, Ground Zero, New York, November 8, 2001, V, 2001

E’ davanti a queste immagini dalle dimensioni di un cartello pubblicitario, più che dentro il Ganzfeld, che ho provato un senso di smarrimento indicibile, di coordinate perdute. Perché quello che si aggirava tra le macerie fotografate da Wenders era lo spettro di una umanità sanguinante.

Poi ho ripreso la strada verso casa, con il pensiero che nelle foto di Wim Wenders ci sono poche ombre. Solo un’impressione.

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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3 risposte a Wim Wenders Suite. Parte seconda

  1. Claudio Turri ha detto:

    Meravigliosa lettura, grazie !

  2. “…inquadra da fotografo ma vede da regista” Che bella sintesi! Amo sia il Wenders fotografo sia il Wenders regista.
    robert
    PS. fra pochi giorni riuscirò a vedere anch’io dal vero questa mostra 🙂

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