A occhi bassi

I miei primi incontri con la fotografia, da bambino, non sono stati sereni o gioiosi. Anzi, sono stati incontri funebri, cupi. Con l’album di fotografie del funerale di mio padre (ne ho parlato qui https://lavaligiadivangogh.wordpress.com/2014/05/10/perche-sono-diventato-fotografo/ ) e con due ritratti appesi nello studio del nonno.

Erano i volti del padre di mio nonno e di una sua sorella, morta in manicomio. Così mi raccontavano. Volti severi, che devono aver praticato ben pochi sorrisi nelle loro vite, e sguardi penetranti, minacciosi. Li guardavo da sotto in su, là in alto, da dove quegli occhi osservavano tutto e tutti. Sempre. Avevo paura di quegli sguardi che non cessavano mai e che mi inseguivano ovunque mi spostassi. Erano sguardi-incubo, per me. Non riuscivo a fissarli a lungo. Avevo paura. Paura di guardarli. Paura che potessero, all’improvviso, parlarmi o che mi portassero via, di là, con loro. Per questo, davanti a loro, mi muovevo a occhi bassi, cercando di ignorare la loro presenza, di ignorare quello sguardo. E la sera, quando arrivavano la penombra e il buio, in quella stanza non avevo più il coraggio di entrare.

Non so quanto possano valere queste cose nella mia genealogia fotografica. Posso dire, però, che anche questi fatti hanno contribuito – certo in modo sotterraneo – a costruire la mia identità fotografica. A fianco degli studi, al fianco di quelli che sono stati i miei maestri.

Questi ritratti che mi terrorizzavano da bambino, per esempio, qualche responsabilità, nel modo in cui fotografo le persone, devono pur averla. Come mi spiego, altrimenti, la mia difficoltà a isolare i volti, la mia difficoltà a fotografare da vicino gli occhi delle persone, anche di quelle che amo?  E’ quella lontana paura che mi fa stare, davanti a una persona che sto fotografando, a una distanza di sicurezza (piano americano, come minimo)? Non so, ma è come se, lasciando che il corpo ritratto prenda, nell’inquadratura, il sopravvento sul volto e sullo sguardo, io continuassi a muovermi – come da bambino – a occhi bassi.

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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Una risposta a A occhi bassi

  1. kiferrChiara ha detto:

    Mi rivedo molto in quello che scrivi, ho avuto le stesse sensazioni da bambina, con la foto di mia nonna sul comodino di mio Padre. Dopo la sua morte e dopo averla vista morta nella cassa non sono più riuscita a entrare in quella stanza da sola senza sentirmi terrorizzata. Non avevo mai pensato a quest’esperienza come formativa per la mia identità fotografica. Ci sto pensando per la prima volta. Grazie.

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