Le impronte del Tempo

Michael Wesely, da “Shutter Open”, 4.4.1997 – 4.6.1999, Postdamer Platz, Berlin

Michael Wesely, da “Shutter Open”, 4.4.1997 – 4.6.1999, Postdamer Platz, Berlin

Ieri l’amico Fulvio Bortolozzo ha condiviso in Fb, sulla pagina del gruppo WE DO THE REST, un post di Matteo Rubboli dedicato al fotografo tedesco Michael Wesely. Confesso che non conoscevo il lavoro di Wesely e ne sono rimasto affascinato. Un campione di immagini, per farvene un’idea, lo potete trovare qui  http://www.vanillamagazine.it/fotografie-con-esposizione-sino-a-3-anni-di-michael-wesely/

Si tratta di fotografie realizzate con un tempo di esposizione lunghissimo, fino a tre anni, in alcuni casi. In genere quando mi piace qualcosa, mi domando sempre perché mi piace. Un modo per capire meglio. Quindi mi chiedo: cosa mi ha affascinato di questo lavoro (Shutter Open, obiettivo aperto)?

Dico subito che poco mi interessa sapere come sono state realizzate (lascio ad altri questo genere di indagine). Quello che mi ha colpito è l’aspetto concettuale che sovrintende le fotografie. Esporre alla luce una pellicola per anni significa spostare l’accento del gesto fotografico dalla raccolta delle impronte che la luce ha lasciato alla raccolta delle impronte lasciate dal Tempo. (Come ben dice Fulvio, in un suo commento, “Wesely porta all’evidenza paradossale l’immagine fatta di tempo che la fotografia è sempre. L’istantanea invece occulta questo.”)

Capisco che per noi, abituati all’attimo come unità di misura del tempo fotografico, trovarci di fronte a immagini che sono il risultato di una dilatazione di quell’attimo di tempo, può essere destabilizzante. Tuttavia, quello di cui abbiamo bisogno, per guardare queste immagini, è uno sguardo bifocale. Uno sguardo, cioè, in grado di posarsi contemporaneamente sul presente e sul passato, e sappia percepire gli strati di memoria che si sono accumulati nel Tempo sulle/dentro le cose.

Guardare queste foto è un po’ come guardare il volto di un ex compagno delle elementari incontrato dopo cinquanta anni. Il suo volto non è solo il volto di oggi, ma è il deposito di tutti i suoi volti che si sono succeduti e stratificati nel Tempo. E che il Tempo contiene. Guardo il qui e ora dell’oggi, ma vedo (o intuisco o immagino) anche tutti gli ieri che si sono succeduti e che ora, qui, nel volto attuale del compagno ritrovato, sono compresenti.

Troppo spesso, però, ci dimentichiamo che la fotografia non è fatta solo di luce (che rende visibile il mondo), ma è fatta anche di Tempo, che rende visibile la Memoria.

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fotografo, critico, docente
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4 risposte a Le impronte del Tempo

  1. Biancamaria ha detto:

    sempre enzimatica questa pagina…
    mi permetto di condividerla, qualche volta, perché la bellezza circoli, come è suo dovere…:)
    grazie

  2. Il Maggiordomo della Casa ha detto:

    Questa cosa mi ricorda un vecchio consiglio letto molti anni orsono su un manuale di fotografia: nel ritratto, usare il più lungo tempo possibile, compatibilmente con la collaborazione del soggetto, perchè in questo modo la somma dei micromovimenti della muscolatura facciale dona al risultato finale un’espressione molto più “vera” e somigliante all’originale. Fotografare un volto lentamente, quasi dipingerlo.

  3. Claudio Turri ha detto:

    Assolutamente affascinante ed interessante !!!

  4. loscalzo1979 ha detto:

    “Guardare queste foto è un po’ come guardare il volto di un ex compagno delle elementari incontrato dopo cinquanta anni.
    Il suo volto non è solo il volto di oggi, ma è il deposito di tutti i suoi volti che si sono succeduti e stratificati nel Tempo.
    E che il Tempo contiene.”

    Questa frase riassume tutto uno splendido concerto della Fotografia

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