Distanze fotografiche

Ieri la fotografa Sara Munari ha pubblicato, nel suo neonato blog (MU.SA. Laboratorio di pensieri fotografici), una bella riflessione: Identificazione del fotografo. Da leggere.

Il post si apre con questa domanda: La fotografia richiede che ci si identifichi nei soggetti fotografati? Ci si immedesima nella scena? E si chiude con un’altra domanda: Quanto è importante, quindi, l’interazione tra fotografo e soggetto?

Domande lasciate, volutamente, aperte. Domande-miccia per scatenare altre riflessioni, altri pensieri.

Tra la domanda d’apertura e quella di chiusura c’è il pensiero di Sara che, se non ho capito male, assume due posizioni. Una, forte, secondo la quale fotografare è il suo modo di percepire il mondo attraverso uno scatto. L’altra, più ondivaga, riconosce che qualche volta può essere che [farsi] coinvolgere dal luogo e dalla gente sia la strada migliore, affinché il senso di appartenenza (…) dia la possibilità di scattare meglio. Qualche volta, dunque. Secondo necessità e contesto.

Provo anch’io a fare qualche riflessione intorno all’argomento, secondo un percorso mentale che potrà sembrare extra-vagante, ma che il testo di Sara ha avuto il merito di accendere.

Per prima cosa abbandono l’idea di identificazione/immedesimazione. La lascio da parte perché è troppo personale (leggete articolo e commenti) e se la seguissi, forse, non andrei da nessuna parte. Troppo personale, appunto: non si può ridurre a unità ciò che, di fatto, è caratterizzato da una molteplicità eterogenea.

Preferisco, invece, concentrarmi su un altro aspetto che circola, più o meno clandestinamente, nel post di Sara. La Distanza. O meglio: le Distanze presenti in ogni gesto fotografico. Perché “distanze, al plurale?

Perché esiste, tra fotografo e soggetto, una distanza spaziale (essere più o meno vicini al soggetto) e una distanza emotiva (una maggiore o minore “appartenenza” al contesto, una maggiore o minore “vicinanza” empatica).

Bob Capa diceva che per fare una buona foto basta essere un metro più vicini al soggetto. Riduzione della distanza spaziale, che non significa – necessariamente – una minore distanza emotiva. All’estremo opposto Steve McCurry, che dice di non restare ai margini delle cose, ma di entrare a far parte della storia, abbracciandola fino in fondo. Riduzione della distanza spaziale e di quella emotiva. Insieme.

Esiste poi, secondo me, anche una distanza estetica. Che cos’è? Provo a spiegare con un esempio. Lo stesso Steve McCurry, che si immerge nell’acqua lercia e fangosa per fotografare un sarto che cerca di mettere in salvo la sua macchina da cucire, è lo stesso fotografo che studia per giorni la migliore inquadratura per fotografare un treno carico di pendolari. Lo stesso fotografo, dunque, a volte riduce la distanza emotiva dal soggetto (abbracciare la storia fino in fondo), altre volte se ne allontana per inseguire un equilibrio e un’armonia che non appartengono al soggetto, ma all’immagine. Distanza estetica.

Come esempio opposto, citerei il “Funeral train”, il grande reportage di Paul Fusco sugli americani che, lungo la ferrovia, hanno reso omaggio alla bara di Robert Kennedy. In questo caso non c’erano priorità formali (Fusco ha scattato, senza potersi muovere, duemila fotografie dal finestrino del treno). Risultato? Distanza estetica: zero. Vicinanza emotiva: alle stelle. Commovente.

Chiudo questi appunti, che necessitano di ulteriori approfondimenti, con quella che definirei distanza ottica. Non è detto, infatti, che un grandangolo spinto (usato per essere ‘dentro’ la situazione e azzerare la distanza spaziale) riduca, automaticamente, anche la distanza emotiva. Mentre un mediotele da ritratto (distanza spaziale relativa) può traghettare una carica emozionale fortissima.

Quando fotografiamo, noi attraversiamo tutte queste distanze/vicinanze e ad ogni fotografia che scattiamo la nostra posizione sarà data dalla fetta di spazio che assegneremo a ognuna di queste figure presenti nell’atto fotografico: il Fotografo, l’Autore, l’Uomo/la Donna.

http://saramunari.wordpress.com/2015/01/05/identificazione-del-fotografo/

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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2 risposte a Distanze fotografiche

  1. loscalzo1979 ha detto:

    Condivido il tuo pensiero sulla “distanza”: non è una cosa solo fisica, è anche una distanza “emotiva”

  2. paolocorona ha detto:

    Il sito di Sandra Munari me lo segno per visitarlo spesso. Grazie per avermelo fatto scoprire.
    Sulle distanze, vorrei postillare considerando che bisogna anche avere la capacità, sensibilità, di porsi sulla giusta misura. La frase di Capa in questo senso la trovo pienamente significativa e riferibile a tutte e tre le tipologie che hai descritto. Credo che in ogni scatto vi siano sempre, debitamente bilanciate le distanze e, talvolta, sopprimendo un certo istinto, bisogna anche allontanarsi. Talvolta se le distanze non tornano, bisogna anche saper rinunciare allo scatto. Trovo molto forte, in sintesi, l’assonanza tra la classificazione delle distanze che hai espresso, con la gestione della triade tempo-diaframma-sensibilità e penso che le tre distanze siano perciò sempre interconnesse.
    Del post di Sandra Munari, mi ha colpito molto la parte finale in cui, cito testualmente: ” …..in parte abbiamo perso la voracità che caratterizza le grandi mangiate, le scorpacciate di Fotografia” ma forse è solo perché è un problema mio.
    Un saluto.

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