Per colmare un vuoto

Mia madre, dopo una trasfusione

Mia madre, dopo una trasfusione

Forse nelle fotografie c’è anche un fondo di nostalgia, di rimpianto per un tempo, per un’ora, per un volto, per un vissuto che stiamo per perdere. O che abbiamo già perduto.

Forse questo dipende dal fatto che davanti alla bellezza struggente di un luogo, di una luce, di un volto diventiamo consapevoli della caducità di quel momento?

O forse, quando fotografiamo, percepiamo in anticipo il vuoto che si viene a creare con la scomparsa di quell’attimo? Percepiamo in anticipo la fragilità delle persone, dei luoghi, delle cose, degli attimi che stanno per perdersi nella corrente del tempo?

Certo: fotografiamo per mostrare, per raccontare, per documentare, per esprimere, per ricordare … Ma non sarà che, a volte, ciò che ci spinge a fotografare è anche il desiderio di colmare un vuoto, il vuoto di un momento che rimpiangeremo?

 

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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11 risposte a Per colmare un vuoto

  1. Gabriella Martino ha detto:

    Si Enrico, per me è sempre così. È una battaglia contro il tempo, è la nostalgia di tutti i momenti vissuti, bene o male non importa, il tentativo di sottrarli alla perdita, così definitiva e inesorabile, al loro dissolversi ‘come lacrime nella pioggia’ (ieri sera ho visto di nuovo Blade Runner; il monologo di Rutger Hauer è uno dei più belli della storia del cinema)

  2. Antonia Dettori ha detto:

    Fermo quell’attimo perché ho paura di perderlo, non ha importanza se l’esigenza nasce da un luogo o da una persona. E se a volte non fotografo un momento triste è perché ho timore che i presenti non capirebbero le mie intenzioni. E allora scrivo…

    • lavaligiadivangogh ha detto:

      Hai ragione, Antonia. La scrittura, il più delle volte, è meno – come dire? – meno “atroce” di una fotografia …

      • Antonia Dettori ha detto:

        Sì hai ragione la fotografia è più “atroce” della scrittura. È più dura rivedere che non rileggere! Quest’anno al festival di Perugia ho seguito l’intervento di una ragazza francese che si è fotografata durante la malattia (tumore al seno) e la terapia. Vederlo è stato straziante e mi sono chiesta se un lavoro simile possa essere davvero terapeutico.

  3. kiferr ha detto:

    E’ stato sempre così per me. Da quando avevo 15 anni e avevo l’urgenza di fermare i momenti con gli amici. Sono cambiati i soggetti, è cambiata forma del mio fotografare, ho passato fasi in cui fotografavo per possedere, in cui mi sembrava di mangiare e volevo mangiare quello che vedevo attraverso la macchina. Ora sono più razionale, troppo, quella cosa in parte l’ho persa, ma sotto c’è ancora, me ne accorgo quando poi mi vengono certi attacchi di nostalgia.
    Vorrei avere il coraggio di fotografare tutto, anche il dolore.

  4. loscalzo1979 ha detto:

    “Certo: fotografiamo per mostrare, per raccontare, per documentare, per esprimere, per ricordare … Ma non sarà che, a volte, ciò che ci spinge a fotografare è anche il desiderio di colmare un vuoto, il vuoto di un momento che rimpiangeremo?”

    Riflessione molto interessante, la tua….

  5. paolocorona ha detto:

    Forse a volte e così, prendiamo momenti che rimpiangeremo, ma il mio rimpianto più grande è quello di non aver preso alcuni momenti. Un saluto.

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