Una pratica costante (vecchi appunti ritrovati)

C’è un aspetto della fotografia sul quale mi sono più volte interrogato e che è rimasto, almeno per me, un conflitto irrisolto. Si tratta del rapporto che intercorre tra il tempo dello scatto e la complessità di ciò che accade davanti al mirino. E’ una sfida impari, che il fotografo affronta condensando nella brevità dell’attimo, un accadimento complesso che si snoda nel tempo. Rassegnato a questa evidenza, ho accettato, come elemento naturale del gesto fotografico, l’ansia che accompagna lo sguardo nella tensione dell’inquadratura. Ansia che porta con sé il timore di non riuscire a cogliere un ordine, un ordine qualsiasi, nel flusso ininterrotto della vita. Così mi sono adeguato a convivere con questa inquietudine che contrappone l’istante alla durata, la ricerca di un equilibrio (la foto) alla persistenza del caos (la realtà).

Sono pensieri che ho sempre tenuto per me, come quando si tace un difetto o un piccolo vizio. Perché in fondo è come riconoscere una certa impotenza del fotografo di fronte alla realtà, un indebolimento delle sue pretese di costruttore di senso. E’ stato perciò un sollievo scoprire la complicità delle parole di Willy Ronis (Le regole del caso) che, con precisione chirurgica, attribuiscono questo squilibrio sia alla coppia occhio-cervello (che non è in grado di sintetizzare consapevolmente tutti gli elementi dello spettacolo in movimento) sia al nostro occhio (che non è concepito per dominare in un attimo la totalità). In altre parole: davanti al pulsare della vita, il fotografo si ritrova non solo a servirsi di uno strumento che non è in grado di acquisire questo movimento incessante e complesso, ma deve anche fare i conti con la limitatezza del suo occhio, che vaga nello spazio che lo interessa, in tutte le direzioni e in profondità alla ricerca di una sintesi dello spettacolo in movimento della vita. Eppure, come dice W. Ronis, dominare la visione globale è una regola aurea, al di fuori della quale non esiste immagine equilibrata. Che fare, allora?

La ricetta di W. Ronis è semplice e nasce dalla sua esperienza quotidiana di fotografo: la pratica costante. Non ci sono scappatoie: solo una pratica costante (…) assicurerà il dominio (del tutto relativo) di quella visione globale senza la quale l’equilibrio formale dell’immagine è irrealizzabile nella brevità della decisione. Solo fotografando continuamente potremo aiutare l’occhio a non smarrirsi nella complessità, abituandolo a cogliere equilibri e connessioni là dove esiste solo un ammasso confuso di frammenti di realtà.

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fotografo, critico, docente
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2 risposte a Una pratica costante (vecchi appunti ritrovati)

  1. loscalzo1979 ha detto:

    concordo pienamente: dedicandomi con continuità a fotografare in diversi contesti, ho notato come si sia evoluta la mia tecnica, il mio occhio per la composizione dell’immagine e di come abbia ridotto il numero degli scatti nel tempo di un determinato soggetto, arrivando ormai a capire il numero giusto di scatti che mi serve 🙂

  2. micaela ha detto:

    bellissima riflessione. grazie!

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