Diario Romano

Da Castelnuovo di Porto

Sono le cinque. Non dormo. Dalla terrazza della mia camera mi affaccio a guardare la campagna romana illuminata dalla luna. Non ci sono altre luci, se non qualche briciola di chiarore intermittente che brilla nella lontananza. Annuso l’aria e mi sembra di sentire profumo di rosmarino, di mentuccia. E il suono secco di un latrato lontano. Poi tutto torna silenzio.

Sono le cinque e mezza. Non dormo. Mi metto a guardare le sfumature della notte e aspetto il giorno. Sono affacciato sul buio, sul silenzio. Ascolto il mio respiro e penso che il buio è il silenzio della luce.

Sono le sei e la notte è meno notte. Ripenso a Fotografare la scultura, il libro di Heinrich Wolfflin che ho letto l’altro giorno sul treno per Roma. Ripenso al fatto che, secondo lui, ogni opera d’arte possiede una veduta principale e noi dobbiamo guardarla come lei, l’opera, vuole essere vista. Forse ha ragione, forse no. Mi chiedo, però, se esiste una veduta principale anche per questo buio, per questa campagna. Mi chiedo se anche per tutte le cose delle nostre vite esiste il modo giusto per guardarle.

Sono le sei e mezza. Inizia ad affacciarsi la prima luce. Ed è proprio lei, la luce, insieme al nitrito di un cavallo e al rombo di un aereo che passa tra le nubi, la prima a farmi gli auguri di buon compleanno.

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fotografo, critico, docente
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