Scansioni. Lo sguardo di Nadar

Nadar, Ritratto di Baudelaire

Nadar, Ritratto di Baudelaire

Le fotografie di Nadar le ho sempre guardate con l’ausilio dei ricordi che il fotografo ha raccolto in Quando ero fotografo. Vera e propria guida per penetrare la profondità delle sue immagini, come una specie di ‘testo a fronte’.

Dal punto di vista formale, Nadar ritraeva i suoi soggetti (scrittori, poeti, pittori, attrici, musicisti: Il Panthéon Nadar) su sfondi neutri, senza far ricorso alla messa in scena di fondali dal sapore pittorico ancora utilizzati dai suoi colleghi. Perché Nadar non aveva bisogno di scenografie fasulle per le sue immagini. Ma come guardava Nadar?

Il suo sguardo era di una curiosità senza limiti e aveva la capacità di intuire la parte sommersa della vita. Sapeva guardare la realtà fisica con estrema acutezza e precisione (“l’orbita bistrata”; “gli occhi incavati e iniettati di sangue”) e proprio questa acutezza gli permetteva di leggere oltre le apparenze.

Nadar guardava per aggettivi: “stanca anzitempo di tutto e di nulla”; “ometto macilento, di aspetto inquietante”; “occhietti perduti nel fondo degli zigomi ossuti”.

Nadar guardava per astrazioni e analogie: “con voce in falsetto come un gallo castrato”; “esala dalla punta dei piedi ai capelli l’implacabile […] noia”; “il bestiale profilo […] fa subito pensare alla taciturna malinconia del tasso”.

Nadar, per dirla con le sue parole, guardava per analogie viscerali, l’ humus delle sue immagini, dei suoi ritratti. Analogie viscerali. A prima vista questo binomio sembrerebbe un ossimoro: l’astrazione (analogia) e la concretezza della materia (viscere). Eppure il trucco è tutto lì: saper vedere l’invisibile nel visibile.

Ecco come, secondo me, guardava Nadar: attraverso una immaginazione concreta. Che poi, a ben guardare, è la qualità che ogni fotografo dovrebbe possedere.  

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fotografo, critico, docente
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