Le briciole e la fotografa

Tempo fa avevo scritto che davanti alla fotografia di un faro può capitare che lo spettatore dica: Ma che bel semaforo! Così ho cercato di spiegarmi come sia possibile una simile metamorfosi.

La comunicazione fotografica è un tipo di comunicazione sbilanciata. Dalla parte del fotografo. Nel senso che è lui, il fotografo, a possedere (quasi sempre) le chiavi originali, la password per “aprire” il messaggio visivo che ha generato.

Da questa prospettiva, al lettore spetterebbe il compito di riconoscere gli indizi visivi che il fotografo ha disseminato per risalire, grazie ad essi, alla volontà visiva originaria della fotografia. Un po’ come seguire le briciole di pane lasciate cadere da Pollicino. Ma non sempre è così.

C’è anche un lato, nel rapporto fotografia/lettore, dove il senso dell’immagine sfugge al fotografo. E’ il momento in cui il lettore non riconosce, o ignora, le tracce lasciate dal fotografo e segue, invece, altri percorsi del tutto personali. Misteriosi e imprevedibili.

In altre parole: a me sembra di capire che, davanti a una fotografia, se da un lato agisce la volontà visiva del fotografo, dall’altro possono agire delle contro-volontà, ossia delle pulsioni, desideri, ricordi, fantasie. O la cultura del lettore. E questo, in un certo senso, sposta l’equilibrio della comunicazione fotografica dalla parte dell’osservatore.  

In questo scenario la fotografia diventa luogo di incontro/scontro tra elementi eterogenei, un campo di forze tutte portatrici di senso. E la volontà d’autore (il faro) si ritrova ad essere ridimensionata/ridisegnata dalla volontà creatrice del lettore (il semaforo).  

Agli indizi disseminati dal fotografo, l’osservatore sovrappone altri indizi: quelli delle suggestioni private. Come se ogni fotografia diventasse, per opera di queste pulsioni, una madeleine intinta nel mare privato della memoria individuale cui il fotografo non ha accesso.

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fotografo, critico, docente
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