Perché sono diventato fotografo

Domani terrò, in una cascina tra Abbiategrasso e l’Abbazia di Morimondo, un laboratorio sullo sguardo. A tutti i fotografi ho chiesto di portare, tra le altre cose, un oggetto che abbia, per ognuno di loro, un certo peso emotivo. Una specie di generatore di memoria, di storie, di immagini. Il mio oggetto sarà l’album delle fotografie del funerale di mio padre. E questa è la storia, che tempo fa avevo pubblicato altrove, che il mio oggetto contiene.

«Sono diventato fotografo perché non ho potuto partecipare al funerale di mio padre. Sembrerà strano, ma è così.

Un giorno ho provato a guardare indietro negli anni e mi sono reso conto che nessuno in famiglia era  appassionato di fotografia, nessun familiare o parente mi ha mai regalato la “prima macchina fotografica”, nessuna tradizione o esempio, a me vicini, da imitare. Anzi, sono cresciuto in una famiglia con salda vocazione per i commerci e poco propensa alle faccende d’arte. Eppure, nonostante tutto, c’è stato un momento in cui ho formulato con chiarezza il proposito di diventare fotografo. Quel momento ha una data precisa: sono diventato fotografo a nove anni, nell’aprile del 1964, quando mio padre è morto e io ero da un’altra parte. Ecco come sono andate le cose.

Quando mio padre è morto io ero lontano da casa, in uno strano ospedale in mezzo ai vigneti dell’Oltrepo. Qualche medico, all’epoca, aveva decretato che per evitare che mi ammalassi di tubercolosi (la malattia di mio padre) era necessario il mio ricovero in un “Preventorio”. E a Villa Fiorita, un ospedale in mezzo alle colline, attrezzato come un collegio (scuola interna, parco, refettorio, camerate, assistenti e qualche medico, per lo più invisibile), ho trascorso due anni della mia infanzia. A dire il vero non mi era ben chiaro di cosa fossi ammalato. Io mi sentivo bene: studiavo, giocavo, mangiavo, dormivo e ogni tanto (non troppo, per non cadere nella malinconia) pensavo al giardino di casa mia. Pensavo a Maria Pia,  la bambina bionda dalla coda di cavallo di cui ero innamorato. Pensavo a mio padre lontano, nascosto in qualche sanatorio di montagna e il cui volto iniziava, nel mio ricordo, a confondersi, se non a svanire. Stavo bene, insomma, e passavo le giornate aspettando che qualcuno si accorgesse della mia guarigione.

Un pomeriggio di aprile, uno degli assistenti mi dice che il parroco mi aspetta in cappella. Mi deve parlare. Di quella conversazione ricordo solo la penombra della sagrestia, l’odore di cera e il bisbiglio imbarazzato di un sacerdote. Ma non capivo bene che cosa significassero davvero quelle parole: “non lo potrai vedere più”. In fondo era già parecchio tempo che non vedevo “più” mio padre. L’idea della sua morte cominciò a farsi più tangibile la domenica, giorno di visite. Mia madre non c’era. Erano venuti a trovarmi il nonno (padre di mio padre), una sua sorella e una sorella della mamma. Tutti erano pallidi e stanchi e in abiti scuri. Capivo che non era la solita eleganza domenicale. Stavo entrando in contatto con il valore simbolico che gli adulti attribuivano al nero: qualcosa che colorava il dolore e l’assenza. Scoprivo il lutto: nelle calze nere delle mie zie, nella fascia di stoffa nera al braccio della giacca di mio nonno e in un piccolo bottoncino ricoperto di velluto nero che mi appesero al maglione, sopra il cuore, con la raccomandazione di metterlo sempre. Almeno per un anno.

Mesi dopo quella domenica, in novembre, sempre per decisione misteriosa di un medico invisibile, mi dichiarano guarito e posso fare ritorno a casa. Dove tutto, però, era cambiato. Del mio piccolo universo di un tempo non era rimasta traccia: non c’era più la casa con il giardino, perché ci eravamo trasferiti dal nonno. Non c’era più Maria Pia, perché i suoi genitori l’avevano riportata in Argentina, dove era nata. Non c’era più mio padre. Ma almeno di lui qualcosa era rimasto, perché il nonno – mosso dal suo dolore di padre che perde l’unico figlio – aveva incaricato un fotografo di riprendere tutti i momenti del funerale. Per sé, credo, ma soprattutto per me che ero lontano, a Villa Fiorita.

Così, di tutto il mio piccolo mondo di un tempo, l’unica cosa che rimaneva era un album di fotografie del funerale di papà. Un album di foto incollate su fogli di carta nera, pesante, e rilegati sotto una copertina di marocchino verde che mia madre ha conservato accanto al suo album di nozze. E’ stato in quel momento, davanti a quelle foto, che mi sono chiesto, con l’innocenza crudele che possono avere solo i bambini: perché, perché di tutte le cose che amo, e che non ci sono più, hanno fotografato solo un funerale? Perché non mi hanno fotografato anche la casa con il giardino? Perché non mi hanno fotografato anche Maria Pia?  

Davanti a quelle foto, ho giurato a me stesso che nella vita avrei fatto di tutto per impedire alle cose che amavo di svanire, che avrei fatto di tutto per trattenerne almeno una piccola traccia, come l’oscuro fotografo del funerale di mio padre. Che avrei fatto della fotografia la mia arma per impedire all’oblio di cancellare frammenti di vita cui ero, e sono, legato.»

Ecco, questa è la storia, la mia storia e Genesi. Tutti gli sguardi e le immagini della mia vita sono partite da lì.

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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8 risposte a Perché sono diventato fotografo

  1. Pier Parimbelli ha detto:

    La scatola foderata delle posate sopra al guardaroba dei miei con foto di famiglia. Fotografie di molti formati tutte in bianco e nero. Incurvate con bordi capettati con scritte, date, nomi e a volte corte frasi di saluti come cartoline. Dove le più recenti si riconoscevano dalla lucidità e dall uso del flash. Foto eseguite dal fotografo onnipresente del paese.
    Usando la sedia riuscivo a prendete questa scatola e ripassarle ogni volta, accorgendomi del loro mutare col mio diventar grande.
    Poi ci sono altre fotografie che non si scattono ma che sono la radice, la nostra provenienza che stanno dentro di noi e a volte escono in altri modi.

    http://www.pierparimbelli.it/site/sguardi.html

    Ci vediamo domenica con molto piacere, porto mio figlio.

  2. Dr Emanuele Minetti ha detto:

    Grazie Enrico.
    Commovente, molto simile alla mia esperienza.
    La mia prima foto risale a quando avevo 12 anni. E da lì ho capito che non volevo perdere la memoria della mia vita. E continuo da circa 46 anni a raccogliere.
    A domani, porterò qualcosa che per me è la fonte, come per te, di questa passione: la Rolleiflex standard del 1932 di mio nonno Emanuele, il mio primo scatto è nato con lei.

  3. Davide ha detto:

    Ho letto più volte il post, ho trovato alcune similitudini sul mio vissuto.
    Conservo l’album nero di mio bisnonno ma poche foto di mio bisnonno.
    Di mio padre conservo tante fotografie mentali, ma ho cancellato gli ultimi istanti.
    Sono diventato una persona che fa foto perchè mi piace ricordare l’emozione del momento .
    C.D.

  4. L’emozione, il ricordo. E’ tutto lì in un rettangolo o in un quadrato di carta di qualche centimetro. E io continuo a costruirli questi concentrati di emozioni per riviverli un giorno…
    Ero bambino in età prescolare, estate, eravamo in vacanza al mare, giocavo sulla sabbia con secchiello e paletta vicino alla sdraio della mamma. A un certo punto vedo una macchina fotografica puntata verso di me: dietro (sopra?) c’era mio papà che era venuto a trascorrere il fine settimana con noi. La macchina era la Rolleiflex che io talvolta uso ancora oggi.
    robert

  5. Pingback: A occhi bassi | La valigia di Van Gogh

  6. Federica ha detto:

    Grazie per averlo condiviso.

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