Ciao, Gabo

Il nome e l’opera di uno scrittore funzionano un po’ come le fotografie: sono sempre al presente, anche quando sono morti. E’ per questo che dico: Proust è uno dei miei scrittori preferiti.

Da poche ore, purtroppo, devo dire che Gabriel Garcia Marquez è uno dei miei scrittori preferiti, anche se lui – adesso – non c’è più.

(Ricordo di aver letto per la prima volta Cent’ anni di solitudine a Urbino, annotandomi su un foglietto (chissà dove sarà finito?) l’albero genealogico dei Buendia, seguendo il suggerimento  di uno dei miei grandi maestri: Cesare Segre)

Così ho deciso, come piccolo saluto a Gabo – un semplice gesto della mano – di ripubblicare un post apparso in ‘Valigia’ sul finire dell’anno scorso. Un piccolissimo omaggio a ciò che più amo (visto? uso il presente) di Marquez: l’immaginazione. Eccolo qua.

Una foto fatta da dio                      

Una delle prime foto, un dagherrotipo, della mia collezione di fotografia immaginaria è il ritratto di Dio. E’ stata scattata a Macondo, da José Arcadio Buendia, come racconta Gabriel Garcia Marquez in Cent’ anni di solitudine.  

A Macondo il dagherrotipo era stato introdotto da uno zingaro, Melquìades, scatenando un vero e proprio terrore. Ma dopo la paura iniziale, José Arcadio Buendia decise di utilizzare il nuovo strumento meccanico per ottenere la prova scientifica dell’esistenza di Dio.

«Mediante un complicato processo di esposizioni sovraesposte prese in diversi luoghi della casa, [José Arcadio Buendia] era sicuro di fare prima o poi il dagherrotipo di Dio, se esisteva, o di porre fine una volta per sempre all’ipotesi della sua esistenza.»  

La foto da immaginare, quindi, è frutto di esposizioni multiple che si sono depositate sulla sottile lamina del dagherrotipo e presenta, in primo piano, una macchia bianca che occupa tre quarti dell’inquadratura. E’ verosimile pensare che si tratti della traccia luminosa di una mano, della quale si riconoscono chiaramente i solchi profondi che incidono il palmo. Nel quarto restante, in alto a sinistra, una macchia scura, meno definita, richiama una schiena: composta e solenne nel suo incedere verso il fuori campo.

Ho immaginato questo dagherrotipo appoggiandomi alle parole del Deuteronomio, quando Mosé chiede al Signore se gli è permesso di vederlo. Alla domanda il Signore risponde: «Quando passerò e mi manifesterò, ti nasconderò in una spaccatura della roccia e ti coprirò con la mia mano, finché io sarò passato. Quando poi toglierò la mano tu potrai vedermi di spalle; ma la mia faccia non si può vedere!» E’ lecito pensare, dunque, che la mano e le spalle ritratte nel dagherrotipo siano proprio la mano e le spalle di Dio.

Tuttavia, data la delicatezza della questione, ho voluto sottoporre l’immagine al parere di altri collezionisti e visionari. Alcuni tra loro hanno respinto la mia ipotesi visiva, sostenendo che la mano in primissimo piano (che sfonda la messa a fuoco minima) è quella dello stesso Buendìa, ritratta mentre armeggia con il tappo dell’obiettivo. Come pure di Buendìa sono le spalle sullo sfondo, ripreso – in una delle tante pose multiple accumulate – mentre si allontana in tutta fretta dal campo visivo dell’inquadratura. A sostegno della loro ipotesi, altre parole delle Scritture, in particolare quelle che affermano che Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza.

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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2 risposte a Ciao, Gabo

  1. Credo per molti di noi “Cent’anni di solitudine” sia stata una rivelazione. Da rileggere, certamente.
    robert

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