Le parole, le immagini

Devo dire che ho un rapporto un po’ particolare con la letteratura, perché la letteratura rappresenta, per me, una delle fonti del mio immaginario fotografico.

A tutti capita, mentre leggiamo,  di dare vita mentalmente alle immagini che il testo racconta o suggerisce. Ci figuriamo paesaggi, stanze, scene, volti e corpi di personaggi. Anche intere sequenze. Una produzione visiva che ci accompagna nella lettura e rappresenta l’universo visionario che il testo ha generato per noi e dentro il quale ci immergiamo, per ore e per giorni. Queste immagini mentali sono il nostro contributo (di lettori) al funzionamento del testo: sono il nostro testo parallelo.

A libro chiuso, però, che cosa avviene di tutte quelle immagini, cosa ne resta? Perché succede un po’ di tutto. Può essere, ad esempio, che per qualcuno sedimentino nel tempo e si ripropongano, all’improvviso, dopo anni. Oppure, dopo averci accompagnato fedelmente, svaniscono nel nulla e sono sostituite, nel ricordo, da una frase, da un’idea, dal nome di un personaggio. Oppure niente.

Da parte mia, dicevo, ho un rapporto  un po’ particolare con i testi: tutte quelle immagini nate nella mente, invece di abbandonarle alla deriva della dimenticanza, faccio di tutto per lasciarle vivere anche dopo la lettura. Per me un paesaggio, una stanza, un volto letti hanno la stessa consistenza di un paesaggio, di una stanza, di un volto visti.

In altre parole: le immagini  nate con la lettura sono, per me, fonte di ispirazione fotografica esattamente come scorci di realtà osservata. Così mi ritrovo a domandarmi, ad esempio, come è fatta la stanza in cui Amleto  pronuncia il suo monologo o come può essere il volto di Capitan Achab, chino su rotoli di carte nautiche mentre studia le rotte di Moby Dick. E dopo averli immaginati, oltrepasso la soglia impalpabile dell’immaginario e parto alla loro ricerca, in giro per la realtà.

Definirei tutto questo Reportages fotografici dall’Immaginario.

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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