Appunti dal retrobottega. Le impronte del vuoto

Sto pensando di scrivere una lezione sulle impronte del vuoto. In fotografia. Per ora ho solo domande. O qualche, vaga, intuizione.

Che impronte lascia il vuoto, ammesso che ne lasci? Come faccio a riconoscerle? Qual è il loro effetto visivo? Cosa evocano?

Il vuoto rende enormi gli spazi, li ingigantisce e in questa percezione di vastità, il vuoto (visivo) ha la capacità di evocare il silenzio (vuoto sonoro).

Michael Kenna

Michael Kenna

Oppure, evoca un’assenza. E l’assenza ha tutta l’aria di essere una delle impronte più forti, nitide e “parlanti” del vuoto. Come una sedia che non ospita più nessuno, come l’alone lasciato dai mobili sui muri, dopo un trasloco.

E poi c’è la fotografia stessa ad essere, a volte, impronta di un’assenza:

Paul Strand, da "Un Paese"

Paul Strand, da “Un Paese”

Gianni Berengo Gardin, da "Un paese vent'anni dopo"

Gianni Berengo Gardin, da “Un paese vent’anni dopo”

E ancora: in un paesaggio, come riconosco le impronte del vuoto? Com’è uno sguardo vuoto? E il vuoto di memoria che impronte può aver lasciato?

Per ora ho solo domande, e qualche vaga intuizione …

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fotografo, critico, docente
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