Ritornare a sentire i treni che passano

Avevo un amico che studiava pianoforte. Abitava in una casa lungo la ferrovia, la linea Milano-Genova, trafficata ad ogni ora del giorno e della notte. Ricordo che quando lo ascoltavo suonare, ogni volta che un treno passava, gli chiedevo: Scusa, ma non ti danno fastidio i treni? E lui, ogni volta, mi rispondeva: Quali treni?

Per lui i treni, lo sferragliare rapido del loro passaggio, erano spariti, non esistevano più. Inghiottiti da uno stato di torpore assuefatto, come una nuvola di anestetico depositata sulle cose.

Ecco, quando mi chiedono cosa vuol dire fotografare, io rispondo raccontando questa storia. Per me, fotografare significa ritornare a sentire i treni che passano, là, fuori dalla finestra. Significa togliere, attraverso lo sguardo, il velo di anestetico che l’abitudine, l’assuefazione, l’indifferenza hanno steso sulla vita.

Definirei tutto questo Potere de-anestetizzante dello sguardo fotografico.

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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3 risposte a Ritornare a sentire i treni che passano

  1. Riyueren ha detto:

    Mmhh, io la vedrei anche in un altro modo: non assuefazione, abitudine..ecc…semplicemente essere così concentrato in quello che stai facendo da non accorgerti degli elementi che possono disturbare.Nel caso specifico della fotografia, per esempio, io sono talmente concentrata nel vedere il mondo che mi circonda (treni sferraglianti compresi) che non sento nè il caldo nè il freddo..tanto che una volta, per fotografare la galaverna, ho rischiato un po’:.solo dopo molto tempo mi sono resa conto che le mani erano rosso fuoco e stavo per svenire.

  2. lavaligiadivangogh ha detto:

    Si, mi sono reso conto che questo esempio può essere letto anche nel modo che suggerisci tu. È la ricchezza della parola, del racconto, delle letture. Grazie 🙂

  3. Interessante, a me capita spesso questo: all’inizio sono immerso nell’ambiente e cerco di coglierne, di assorbirne tutte le sensazioni. Compresi i treni sferraglianti. Poi qualche cosa mi colpisce, fa scattare il meccanismo interiore che esclude tutto il resto e mi concentro solo su quello. Il suono del pianoforte, le note e gli accordi, le scale e i silenzi. Tutto il resto non scompare. Poi pian piano riappare, man mano che sento di aver trovato, visto, forse fotografato quello che mi interessava.
    robert
    PS. però voglio pensarci sopra ancora un poco…

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