Appunti. Fotografia al dieci per cento

Vivian Maier

Vivian Maier

Ammetto di conoscere molto poco di  Vivian Maier, la geniale e sconosciuta, in vita, bambinaia fotografa di Chicago (www.vivianmaier.com). L’articolo di Michele Smargiassi che me l’ha fatta scoprire quattro anni fa (http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2010/01/30/vivian-mistero-glorioso/), un po’ di navigazione in rete alla ricerca di immagini, poi più niente. Fino a ieri, quando l’ho ritrovata nel racconto (La tata con la Rolleiflex)  che ne ha fatto Alessandro Baricco per La Repubblica (qui http://interestingpress.blogspot.it/2014/03/la-tata-col-rolliflex.html).

Nel racconto di Baricco c’è una cosa che mi ha folgorato e fatto riflettere. Questa: «Sommando [un misurato numero di foto stampate in piccolo formato, una marea di negativi e una montagna di rullini non sviluppati] si arriva a più di centomila fotografie: tata Maier, in tutta la sua vita, ne aveva visto forse un dieci per cento (pare non avesse i soldi per lo sviluppo, o forse non le importava neanche tanto), e non ne pubblicò nemmeno una.»

E’ quel novanta per cento di sguardi fotografici sepolti che mi ha impressionato. Novanta per cento di sguardi rimasti invisibili a tutti, alla fotografa per prima.  E ho pensato che può anche capitare che la Fotografia sia vissuta, da qualcuno, solo come una fase transitoria della vita, come l’adolescenza o la maturità; come un territorio o una condizione da attraversare, prima di destinarsi ad altre cose, ad altri luoghi. Se così fosse, è l’esperienza della fotografia a contare, più ancora delle immagini.

Così mi sono domandato cosa sarebbe la mia vita senza la Fotografia e ieri, in una domenica soleggiata di marzo, mi sono reso conto che se, per sventura, dovesse sparire dal mio orizzonte, della mia vita rimarrebbe solo il dieci per cento.

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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5 risposte a Appunti. Fotografia al dieci per cento

  1. Conoscevo la storia di tata Maier che mi risulta simpatica (sono un Rolleiflexista part time!). Conosco persone che anche oggi scattano tanto, scaricano la scheda, danno un’occhiata distratta alle foto e poi se ne dimenticano e si preparano a scattare di nuovo. E non avendo la scusa della mancanza di soldi per lo sviluppo deve esserci un altro motivo. Forse, a differenza di quelle di Vivian le loro foto non sono abbastanza interessanti…
    Non conoscevo il racconto di Baricco grazie per averlo menzionato e lincato.
    robert
    PS: anch’io a volte mi dimentico di qualche serie di scatti, di files o di negativi…

  2. annam11 ha detto:

    Non sapevo che la maggior parte non le avesse fatte sviluppare, forse le importava più del gesto che del risultato.

    • lavaligiadivangogh ha detto:

      Anch’io non lo sapevo. Per lo meno così tante. E subito ho pensato quale idea di fotografia potesse nascondersi dietro questo comportamento. Ho pensato anche a questa parola: “esilio”. Un’immensa memoria visiva in esilio … (sono solo mie suggestioni, forse). Grazie e a presto.

  3. Alessandro Burato ha detto:

    Se non ricordo male ho letto che Ando Gilardi era solito andare in giro con una macchina fotografica senza rullino, e il suo atto fotografico si risolveva nello scatto stesso. (Ciao! Splendido blog, questa domenica è l’ideale per leggerlo tutto 😉 )

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