Ipotesi di fotografia diffusa

Ieri sera in radio, per mancanza di tempo, tra le tante cose che non ho detto c’è questa.

Secondo me (parlo per la ‘Valigia’, ma diversi esempi che ho incontro in Rete me lo confermano) secondo me, dicevo, i blog di fotografia stanno lì a dimostrare che la fotografia (e i fotografi) hanno bisogno anche di parole.

Nel senso che se io, in ‘Valigia’, inizio a raccontare quello che sta sotto la punta dell’iceberg (la foto), il racconto di questa parte sommersa modifica, in qualche modo, la fotografia stessa.

Mi spiego. Se io racconto i pensieri, i ricordi, le domande, le memorie, le letture, i pezzetti di anima, le altre immagini che sono depositate dentro di me …, se io racconto queste cose che sono presenti al momento dello scatto, ma che con lo scatto svaniscono, a me sembra di aver spostato, in un certo senso, il confine della fotografia. Ho spostato, scoprendola, la linea di galleggiamento della punta dell’iceberg.

Con questo non voglio dire che ho modificato il modo di fare fotografia, ma credo di essere intervenuto sull’estensione del suo territorio, sul suo modo di esistere. E di significare.

Definirei tutto questo Ipotesi di fotografia diffusa.

(Se fossi ancora in radio, a questo punto, mi piacerebbe ascoltare Vincent, la canzone che Don McLean ha dedicato a Van Gogh. Perché la starry starry night che canta è proprio La notte stellata di Van Gogh. Cerco di arrangiarmi come posso e vi rinvio qui https://www.youtube.com/watch?v=PsxfvwuCqxo)

Chiudo ringraziando Daniele Ferrini e Ferrante Orcese per l’ospitalità concessa, in Poli.Radio, alla Valigia di Van Gogh. E ringrazio anche le voci e i pensieri che, in ordine di apparizione, mi hanno fatto compagnia ieri sera: Settimio Benedusi, Anna Mola, Michele Smargiassi.

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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8 risposte a Ipotesi di fotografia diffusa

  1. vilma ha detto:

    la canzone di McLean integra ed enfatizza le immagini in un commovente connubio.
    Tuttavia penso che l’immagine, di qualunque tipo, non debba avere bisogno di parole come non ne ha un quadro di Vincent che, integrato dal suono, qualunque esso sia, diventa magari più coinvolgente, ma altro.
    Nel video la sua pittura è struggente, senza la colonna sonora è disperata. Il silenzio fornisce un supporto neutro dove ognuno può proiettare un sentire soggettivo, non necessariamente quello di Vincent, non necessariamente quello di McLean.
    In realtà l’arte visiva contemporanea spinge verso esperienze sinestetiche, ma personalmente penso che debbano essere concepite in tal modo fin dall’inizio, nel loro insieme, tenendo conto della distorsione di senso indotta dall’ibridazione e dallo spostamento di confine (e di significato) compiuto dal racconto.
    Il quale, indubbiamente, “modifica, in qualche modo, la fotografia stessa”, a mio parere fornendo mirate ‘istruzioni per l’uso’ e quindi ‘in qualche modo’ limitandone i possibili significati.
    Non so né voglio sostenere se ciò sia un bene o un male, non sono neppure fotografa…….

    ps: spero che avrai un’altra occasione per dirci le cose che non hai detto!

    • lavaligiadivangogh ha detto:

      Una piccola precisazione: volevo scegliere un altro video di McLean (lui solo, alla chitarra e senza le immagini di Van Gogh), ma era registrato maluccio e gli ho preferito questo. Mi sono accorto dopo (me lo hai fatto notare anche tu) che la musica era diventata, rispetto alle immagini, una presenza “non neutrale”.
      Quanto alla presenza della parola, tutto il mio discorso non vuole essere assoluto. E’ limitato al MIO modo di sperimentare, grazie al blog, la presenza delle MIE parole dietro le immagini. Quando ho scoperto il blog, ho trovato prima di tutto una FORMA. Una forma ibrida, meticcia, adatta per ospitare le mie creazioni incerte, fragili perché sempre in bilico tra parola e fotografia. Prima ancora che un canale di condivisione, ho scoperto nel blog un modo per tentare di far coesistere (e interagire) senza vergogna due universi espressivi che ho sempre vissuto e gestito con difficoltà. Tutto qua, per ora.
      Sto ancora sperimentando e continuerò a farlo, anche in altre direzioni. E ci saranno altre “occasioni” per raccontare le cose che non ho ancora detto. Ciao Vilma e grazie per il tuo sempre prezioso contributo.

      • Riyueren ha detto:

        Non penso che ci debbano essere regole fisse nell’esprimere se stessi, per cui ben vengano anche le parole (io già da un po’ scrivo a volte sulle foto, proprio perché non sono una fotografa e quindi mi sento libera anche di pasticciare). Pensavo anche che un blog, un blogfoto, non essendo un sito, una vetrina, possa appunto essere qualcosa di diverso da una semplice esposizione di fotografie e questo tu lo stai dimostrando ogni giorno in questa tua “valigia”, così bella ed emozionante per me.

  2. lavaligiadivangogh ha detto:

    Grazie, Riyueren. Aggiungo solo che il blog (quindi, la ‘Valigia’) è ancora una forma/strumento tutta da esplorare nelle sue potenzialità. Vedremo. Grazie per il tuo apprezzamento e per il tuo passaggio. A presto. 🙂

  3. vilma ha detto:

    @ Riyueren
    non ci devono essere regole fisse per l’espressione di sé, ognuno può usare la tecnica che preferisce ed anche inventarsene una ad hoc, “téchnai”, nella sua antica accezione di derivazione greca, è l’equivalente di “arte”, che a sua volta, per citare parole di Gianni Vattimo, è l’insieme di “principi e regole razionalmente posseduti, dimostrabili e discutibili”.
    Quindi, massima libertà. Ciò che volevo dire è che la parola scritta richiede attenzione e concentrazione, ha un suo inevitabile carattere didascalico o informativo che costruisce immagini mentali, mentre l’immagine (fotografica o pittorica) rivendica categoricamente la propria immediatezza comunicativa non condizionata, per esempio, dalla diversità degli idiomi, come accade invece per un testo.
    Ciò crea conflitto, o quanto meno discronia, tra due linguaggi, iconico e linguistico, che fanno riferimento a due diversi codici di lettura, anche in questo non c’è niente di male, ma non si può più parlare di fotografia, la quale resta un racconto ‘per imagines’ e non ‘per verba’, irriducibile al linguaggio, scritto o parlato che sia.
    Ibridazione è oggi la parola d’ordine in tutte le discipline che coinvolgono la creatività umana, dall’architettura all’arte visiva ecc., e forse il babelismo che caratterizza i linguaggi contemporanei, probabile effetto di una malintesa globalizzazione che cancella, anziché integrare, le diversità e le specificità, ci chiede di dotarci di nuovi strumenti di decodificazione.
    Ma la foto-grafia resta un linguaggio, appunto, grafico, segnico, pittorico, che apre alla nostra percezione visiva la possibilità di riversarvi significati, proiezioni e rielaborazioni soggettive non necessariamente e strettamente cognitive, rivendicando l’autonomia e la specificità del ‘pensiero visivo’.
    Massimo Carboni difende “l’irriducibilità della visione a lasciarsi trasferire nel medium della scrittura” (“L’ occhio e la pagina. Tra immagine e parola”, 2002) e se “vanamente si cercherà di dire ciò che si vede: ciò che si vede non sta mai in ciò che si dice”, ancor più vano sarà dire ciò che si fotografa!

    • Riyueren ha detto:

      @ Vilma
      Cara Vilma, spero che ad Enrico non dispiaccia se rispondendo a te invado in un certo senso il suo spazio.Volevo dire che ho dato un’occhiata al tuo sito (che seguirò con attenzione) e ho trovato articoli molto interessanti come per esempio quello sull’arte e la disabilità visiva che mi ha fatto molto riflettere (io sono ipoacusica e ho una distrofia corneale).
      Per quel che riguarda l’uso della parola insieme al linguaggio fotografico…in effetti anch’io penso di più al termine “immagine” che a “fotografia”, soprattutto nei confronti di quello che faccio io. Immagine e parola per me appartengono al mondo della visione, nel senso di “visionario”, un qualcosa di diverso dalla spiegazione di una foto, da una didascalia..Ecco, non riesco a tenere separati i due linguaggi perché per me sono simili.Quando la parola diventa visione poetica (penso alle poesie di Giacomelli) è come una fotografia dell’anima sia di chi scrive sia di un luogo o di un oggetto.La fotografia, o meglio, l’immagine, a sua volta completa in qualche modo la parola, rendendola visibile.Non linguaggi molteplici ma molteplici visioni…ovviamente nel mio personale modo di pensare (“vedere”) il mondo.
      .

      • vilma ha detto:

        Mi fa piacere poter approfondire l’argomento.
        Anch’io ti ho fatto visita e ho visto le bellissime foto ed ho apprezzato i bei testi che le accompagnano, la simbiosi tra immagine e parola è evidente e perfetta e costituisce un innegabile valore aggiunto (all’immagine attraverso il testo e al testo attraverso l’immagine).
        Però mi chiedo: cosa accade se il lettore/osservatore vive in Papuasia e non conosce l’italiano? come si concilia l’universalità della visione (un pettirosso è un pettirosso anche in Papuasia) con la limitatezza del linguaggio e delle sue regole sintattiche, grammaticali ecc.? o se l’osservatore non sa leggere? o se non ha le capacità logiche di decifrare un testo (ricordando Antonin Artaud e la sua ‘lettura’ di Van Gogh)?
        Quale possibilità c’è che il racconto verbale, la didascalia, diventino visione in grado di integrare ed orientare nella direzione voluta la fruizione dell’immagine o non costituiscano invece una limitazione ai suoi possibili significati (era questo il senso del mio primo intervento)?
        Nel caso specifico, credo che la differenza la faccia il fatto che tu sei la produttrice dell’opera ed io la fruitrice, tu dici e io ascolto (e inevitabilmente interpreto), ma non c’è nessuna garanzia che io rintracci qualche complementarietà tra immagine e parola, ciò che a te può sembrare un’utile aggiunta alla visione, per me potrebbe essere una interferenza disturbante o fuorviante.
        Ovviamente, anch’io parlo per me, che ho una concezione del mondo radicalmente relativistica, specie se parliamo di visione (http://www.artonweb.it/nonsoloarte/artepercezione/articolo1.htm scusa l’autocitazione) e se pensiamo che essa dipende da un numero imprecisato di variabili, da una personale simulazione ricostruttiva della realtà, dal nostro patrimonio genetico, dalla nostra formazione culturale, dal vissuto precedentemente esperito, diverso per ciascuno di noi, reale o simbolico o immaginario che sia. E dipende, visto che introduci tu l’argomento, anche dalla condizione fisiologica degli organi di vista e da un loro eventuale deficit.
        Che peraltro può dare luogo a specificità del linguaggio artistico persino più idonee ad esprimere l’intenzione dell’artista in stato di salute (Monet affetto da cataratta vede finalmente il mondo avvolto in quel pulviscolo di luce che ha cercato da sempre).
        A titolo aneddotico, visto che siamo ospitate nella sua valigia, voglio ricordare che il famoso “giallo Van Gogh” deriva dalla sua percezione anomala di questo colore a causa dell’assunzione di digitale, farmaco antiepilettico tanto tossico da compromettere le normali percezioni sensoriali provocando xantopsia, cioè una visione gialla degli oggetti bianchi e violetta di quelli scuri (“Il seminatore”!). Vincent, usando un normale cromato/solfato di piombo, dipingeva il colore che vedeva e che si sovrapponeva perfettamente ai suoi stati emotivi.
        Se mi posso permettere una puntata nel tuo privato, visto che parli di distrofia corneale, non può essere che sia tu ad avvertire il ‘bisogno’ del testo per integrare un deficit della ‘visione’ fisica con la ‘visionarietà’ poetica della parola?

  4. Riyueren ha detto:

    @Vilma
    Cara Vilma, intanto grazie per essere passata da me e per le parole gentili che mi scrivi qui.
    Enrico molto gentilmente mi ha detto che posso continuare a dialogare con te in questo suo spazio, ma non voglio approfittare della sua disponibilità: non ti ho risposto subito perché il tuo intervento e il tuo interessante articolo di cui mi hai dato il link mi hanno scatenato tante di quelle riflessioni e considerazioni che nemmeno immagini.Troppe parole, per scriverle qui…troppo spazio che non voglio occupare a discapito del padrone di casa 🙂
    Voglio solo dire che mi rendo sempre più conto di quanto di soggettivo ci sia nella vita, nell’arte…praticamente tutto (creazione e fruizione).
    Anche l’immagine, a ben vedere, è soggettiva…nella fotografia forse forse di obiettivo c’è solo il nome di quello che s’innesta sul corpo macchina :).
    Insomma, spero che di tutto questo e d’altro si possa parlare quando Enrico riuscirà a realizzare l’incontro di cui ha scritto in uno dei suoi recenti post.
    Ps. ho la distrofia di Cogan, una delle meno gravi, alla fine pare che vedrò sdoppiato (già adesso, con le linee, i contorni, ho qualche difficoltà, per cui sarò costretta a continuare ad usare l’autofocus (per il resto scatto sempre in M) per non parlare del bilanciamento del bianco, diverso a entrambi gli occhi, uno vede in tonalità calda, l’altro fredda,).
    L’ipoacusia è neurosensoriale…nessuna protesi possibile, insomma, mi trovo ad ascoltare sempre di più con gli occhi 😀
    Il testo, come avrai visto, non lo metto quasi mai, sulle foto…è che l’unico “bisogno” che ho, a volte, è semplicemente quello di vedere insieme le cose che amo di più.
    Se dai un’occhiata anche ai video, ti accorgerai che c’è una terza cosa che amo, usare la voce.:)

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