Come racconta la fotografia. Nota n. 2

Il post di oggi è dedicato a Diego Mazzei, Kiki Ferr e Fulvio Bortolozzo che ieri, su Fb, hanno gentilmente commentato, offrendomi l’occasione per ulteriori ragionamenti, il mio post di ieri (https://lavaligiadivangogh.wordpress.com/2014/02/10/come-racconta-una-fotografia-nota-n-1/).

Ouverture. La fotografia è uno strano animale, dalla comunicazione sbilanciata. Doppiamente sbilanciata. Dalla parte di chi scatta e dalla parte di chi guarda.

Dalla parte di chi scatta: il fotografo produce un’immagine secondo una propria intenzione comunicativa e la affida allo sguardo degli altri. Ma non è detto che l’intenzione originaria venga intercettata, nella sua pienezza, dal lettore. Arriva il momento, insomma, in cui l’immagine non è più nella giurisdizione del fotografo.

Dalla parte di chi guarda: il lettore, davanti a una fotografia, mette in gioco il proprio sapere, la propria memoria, la propria emotività, la propria storia … quasi sempre sotto forma di narrazioni. Perché la narrazione è uno dei modi che abbiamo per capire il mondo. E tutto questo lavoro plasma il senso (e il racconto) della fotografia, all’interno della giurisdizione del lettore. [Fine dell’Ouverture].

Primo movimento. Dire VS Raccontare. Diego si domanda: Parlando di immagini, non è meglio usare il termine “Dire” invece di “Raccontare”? «Un’immagine dice, non racconta. Penso a un bambino che inizia a nominare le cose … dice, non racconta.» «Un racconto ha un inizio e una fine, mentre l’immagine non inizia e non finisce». Certo!, l’immagine dice e nomina le cose. Anzi, è proprio quello che avviene dalla parte dello scatto: Roland Barthes scriveva che ogni fotografia ci ‘dice’ che qualcosa è stata lì, in quel momento, davanti all’obiettivo. Nomina: Piazza di Spagna, lungomare di Camogli, Wanda Osiris. Ma è tutto quello che dice, nella giurisdizione dello scatto, del prelievo dalla realtà. L’atto del raccontare, invece, inizia dove finisce la fotografia, cioè: quando la fotografia cessa di essere solo immagine e dalla giurisdizione dello scatto (visuale) passa nella giurisdizione (verbale) del lettore.

Secondo movimento. Punctum VS Studium. Sono molte le cose che ha detto Kiki, ma una, in particolare, mi ha colpito: «… e capita anche che [la fotografia] dica cose che il fotografo non vorrebbe dire…» e mi ha fatto ripensare alle due categorie di Roland Barthes del Punctum e dello Studium. E allo strano modo (non verbale, nevralgico) che ha la fotografia di comunicare. Come il Punctum, ad esempio, che va a toccare, dalla parte dello scatto, un nervo scoperto del fotografo, lo fa sussultare e poi [clic]. E se, dalla parte del lettore, viene toccato lo stesso nervo, allora il Punctum del fotografo e quello del lettore si sono intercettati. (Ed è qui, cara Kiki, che può anche capitare di incontrare quelle «cose che [il fotografo] non vorrebbe far sapere.») Quanto allo Studium, oh, quello è l’immenso serbatoio di narrazioni a disposizione di chi guarda le immagini, per fare, come dici tu, «il resto.»

Finale. Camera Doppia. Era da tempo che pensavo di iniziare a dialogare con l’articolo in cui l’amico Fulvio Bortolozzo (http://borful.blogspot.it/2014/01/la-questione-del-racconto.html) espone il proprio pensiero sui rapporti (equivoci) tra narrazione e fotografico. Ho iniziato a farlo ieri, ridisegnando qualche definizione e proseguo oggi, qui. Anche trasgredendo alla regola che mi sono imposto di non superare la cartella. (Non ce l’ho fatta. Pazienza. Ma ne valeva la pena, secondo me. E poi, nessuno è perfetto.)     

                                                                                                                                             (continua)

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fotografo, critico, docente
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2 risposte a Come racconta la fotografia. Nota n. 2

  1. Sandro Bini ha detto:

    Caro Enrico ho affrontato più o meno lo stesso argomento sul mio Blog un po di tempo fa con un esperimento in due puntate giugendo a conclusioni abbastanza simili “Giuoco di ruoli: intenzionalità autoriale e interpretazione critica in fotografia (1a e 2a parte)” se ti va di leggerli mi farebbe piacere cosa ne pensi… di seugito i link:
    1) http://binitudini.blogspot.it/2009/02/giuoco-di-ruoli-intenzionalita.html
    2) http://binitudini.blogspot.it/2009/02/giuoco-di-ruoli-intenzionalita_14.html

    • lavaligiadivangogh ha detto:

      Esperimento molto, molto interessante, Sandro. Mi sembra che non ci sia solo in gioco la verifica dell’idea di autorialità, ma anche il concetto di riconoscimento in fotografia (riconoscimento forte/debole, straniamento), di progettualità e significazione a posteriori. Esperimento molto più che didattico. Non so se ritieni conclusa questa esperienza. Secondo me, un lavoro del genere offre materiali di riflessione (oltre che creativi) che vale la pena proseguire. Perché è come stare all’interno del meccanismo dell’immagine fotografica e seguirne il funzionamento. Fammi sapere. A presto.

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