Appunti di lavoro. Storie visive

David Smith, Cubi XVIII (1964)

David Smith, Cubi XVIII (1964)

Può capitare, nelle immagini, che siano le forme, e non i gesti, a raccontare. Storie visive, come dice Rudolf Arnheim. In queste narrazioni particolari, le parti sono recitate da quadrati, rettangoli, parallelepipedi … Ma cosa raccontano? E come raccontano?

Ad esempio, le storie visive delle sculture di David Smith raccontano (senza parole) di un ordine precario, di un equilibrio leggero e transitorio raggiunto dalle forme. Un ordine arrischiato che si oppone all’insicurezza, all’instabilità.

Alcune idee su come avvengono le storie visive.

Se narrare significa mettere ordine nel mondo attraverso sequenze (verbali) disposte nel tempo, nelle narrazioni visive mi sembra di poter dire che (1) le sequenze sono sostituite da rapporti tra le cose presenti nell’immagine; (2) queste sequenze-rapporti (non verbali) sono disposte nella simultaneità (non c’è un ‘prima’ né un ‘dopo’); (3) nelle narrazioni visive, semmai, c’è un ‘altrove’, nel senso che ogni elemento presente nell’immagine, oltre a essere in rapporto con gli altri elementi, rinvia anche allo spazio che preme oltre i bordi dell’immagine.

da ‘Prove di paesaggio’ (2013)

da ‘Prove di paesaggio’ (2013)

Anche la fotografia contiene storie visive, sempre. Solo che le racconta in modo diverso da quello verbale. Come in questa immagine, dove le forme sono in bilico sul vuoto e rinviano a ciò che rimane sospeso al di là dell’inquadratura. Senza parole. Solo movimenti di senso presenti nei rapporti tra le forme interne all’immagine e l’invisibile dello spazio negativo.

(continua)

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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2 risposte a Appunti di lavoro. Storie visive

  1. dorotea ha detto:

    Solo che secondo me, in maniera molto sottile, nelle immagini c’e’ un tempo. E viene suggerito proprio dalle forme, dai rapporti di spazio e tra azioni.

    • lavaligiadivangogh ha detto:

      Dici bene, Dorotea: sottile. Cerco di trovare anch’io il tempo della/nella Fotografia. Ma è un tempo così ‘sottile’ e leggero e sfuggente che non appartiene (quasi) più alla percezione, ma alla immaginazione. Nel senso che il tempo della fotografia, secondo me, è un tempo ‘pensato’ … Forse, in qualche mosso o in qualche panning, rimane una scia di tempo, ma per il resto è tutto da immaginare.
      Penso, invece, che il tempo tradizionale, quello della durata, rivive quando guardiamo una foto. Lì, la nostra lettura, la nostra osservazione, ridona in qualche modo vita al tempo congelato dell’immagine. Ci spostiamo in un ‘prima’, ci interroghiamo sul ‘dopo’ … Guardare una foto, secondo me, è anche restituire tempo a quell’immagine …
      Ma continuerò a pensarci. Grazie per il tuo bel commento. A presto.

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