Caro Graziano … firmato: Francesco Cito

 

Francesco Cito e Graziano Perotti, © Courtesy Paolo Valassi/Oltrefoto, 2013

Francesco Cito e Graziano Perotti, © Courtesy Paolo Valassi/Oltrefoto, 2013

Oggi voglio mettere in Valigia, tra le cose da salvare, una grande manifestazione d’amicizia, d’affetto e di stima. E’ contenuta in questa presentazione che Francesco Cito ha scritto per l’amico fotografo Graziano Perotti in occasione della sua mostra Il viaggio continua …, in corso a Pavia, in S. Maria Gualtieri, fino al 20 ottobre. La riporto qui, integralmente.

Graziano Perotti in foto

Il mio caro amico Graziano, mi ha chiesto di scrivere qualcosa, un’osservazione sulla sua mostra, o meglio sulle foto li esposte, che raccontano il suo percorso professionale.

Ma come fare per non essere poi accusato di concussione, di favoreggiamento, specie in un’epoca come questa? Come si fa a scrivere con obiettività di un amico a cui si vuole bene, e a prescindere dall’affetto, anche della sua onestà intellettuale, della sua professionalità, senza per questo cadere nella retorica, solo per innalzarlo sugli altari della gloria? Se poi non ne ha la capacità? Difficile!!!.

Avessi dovuto scrivere di uno che non conosco, sarebbe stato facile, ci sarebbero stati gli elogi, oppure critiche feroci. Ciò che mi chiedo in primis, è per quale strano gioco del destino, il mio amico Graziano non è nato in un Paese come gli Stati Uniti, o in un altro, in cui la fotografia, è esposta nei musei ed è considerata alla stessa stregua di ogni forma d’arte? Anche se il mio concetto di fotografia, è definibile immagine di racconto, comunque in questo nostro Paese la “fotografia” serve solo a far salotto nella ristretta cerchia così detta intellettuale.

Se fosse stato un fotografo americano, il Perotti avrebbe avuto le sue immagini pubblicate sul National Geographic Magazine, quello originale, non la copia italiana, il quale ripubblica su licenza le immagini tratte dall’edizione americana, senza peraltro ottenere gli stessi risultati, anche se di tanto in tanto è inserita una sezione di foto fatte da fotografi nostrani.

Liberandomi da questo pesante fardello di favoreggiamento, mi provo a descrivere la fotografia di Graziano Perotti, una fotografia di viaggi, appunto alla National Geographic, senza però i mezzi finanziari profusi dal suddetto, e ciononostante, Graziano è sempre tornato a casa con ottimi lavori, lavori a volte commissionati da Meridiani ed altri, mentre altre volte, sacco in spalla, di sua iniziativa, si incamminava nei suoi viaggi, investendo di suo, per poi raccontare popoli lontani, nel loro essere. Reportages da proporre successivamente al suo ritorno, a settimanali o mensili, i quali poco attenti, spesso confondono il Marocco con la Tunisia, l’India con la Malesia, o lo Yemen con l’Iran.

Metto da parte i pensieri, e guardo alle sue foto, e non posso non restare colpito dall’ uomo che saltella su pilastri di cemento, da una colonna all’altra, quasi a voler raggiungere una meta sospesa nel cielo, verso una libertà immaginaria, in un ipotetico posto del mondo, senza che ci sia la necessità di capire il dove, il quando e il perché. E’ un posto qualsiasi, incontrato lungo il suo cammino, di cui ci fa partecipe portandoci attraverso il suo sguardo, ciò che ha impresso sulla pellicola.

Graziano è di quella generazione di fotografi nati con la pellicola, con la quale non era concesso sbagliare, si aveva la consapevolezza del lavoro fatto solo al ritorno, quando le immagini dispiegate sul visore, ti riportavano guardandole, indietro nel viaggio.

Tra un viaggio e l’altro, Graziano lo ritroviamo negli occhi profondi della donna yemenita di Shibam, coperta nel suo niqab, in una difficile foto da lui realizzata, in un Paese, in cui il rischio di essere linciati se non peggio, qualora scoperti nel ritrarre una donna, ma altrettanto problematico fotografare gli uomini. Nell’Islam iconoclasta, la fotografia è eresia, spregiudicata e irriverente, denigrazione di principi e credenze, considerata un artificio del diavolo per rubare l’anima, e nelle foto di Graziano, di anima c’è ne tanta, rubata ai suoi soggetti, ma sottratta loro con sorriso.

Graziano è solare nel suo carattere, e quello steso, lui lo trasmette nelle sue foto, in cui raramente traspare la tristezza. Da esse sprigiona la vita ancor più che il racconto che lui vuol proporre. Nelle sue foto, i bambini sorridono di rimando al suo sorriso, essi corrono tutto intorno, non importa dove, è lui che ne diventa il fulcro sul quale girare intorno, in una complicità reciproca, tra lui e i suoi tanti bambini incontrati lungo il suo cammino, attraverso il mondo. L’ha fatto con passione, quella passione che lo pervade ancora oggi, quel suo voler raccontare soprattutto la vita, quella stessa che si riscontra nello sguardo malizioso del vecchio cubano con tanto di sigaro, un sigaro più grande di lui stesso, emergente dalla barba fluente.

Non è chiaro se il personaggio sia uno famoso, se possibile inserirlo tra quei rivoluzionari che hanno liberato Cuba dalla dittatura di Fulgencio Batista y Zaldívar, ma di certo ciò che importa al nostro amico ritratto, è quel sigaro cubano, e poco importa se poi Cuba e il suo popolo, agli occhi del mondo capitalista, è vista governata da una dittatura, quella castrista, considerata ancor peggio della precedente, ma solo per la mancanza di poter con essa intrattenere affari lucrosi. Che importanza ha, se poi la felicità sta nel poco, in quel sigaro smisurato da fumarsi standosene seduto a ridosso di una capanna, sull’uscio di casa, o sulla riva del mare, immaginando mondi lontani, quei mondi letti nei romanzi di Ernest Hemingway, che come il Ché, ne porta il nome. Immaginando di arrivare nell’India del Karnataka, dove chissà, potrebbe esserci un altro “Il vecchio e il mare”, ed incontrare invece il traghettatore e la sua barca, una barca più simile ad un enorme sombrero. Da lì sotto, il traghettatore ti guarda, sembra invitare il nostro a seguirlo, per mostrargli la sua quotidianità, percorrendo un sentiero che non racconta il mare, e lì, vista in lontananza, sopraggiunge una donna, i suoi bambini e la loro capra. Mondi che si incontrano nelle fotografie di Graziano, mondi in cui la crisi, quella della fotografia e dell’editoria, ancor prima colpita la seconda che non la prima, sta man mano distruggendo quello che a parer mio, resta il lavoro più bello del mondo, quella professione di cui Graziano ne è parte a tutti gli effetti, e dalla quale avrebbe meritato altri elogi.

Non una delle sue foto, non merita riconoscimento, un riconoscimento mai concesso. Ogni foto di Graziano meriterebbe un World Press, fosse altro per allargargli ancor di più il sorriso. Ma poi che importa, i premi non sono ciò che contano nella vita, non tanto quanto chi ti sta davanti esprime tutto il suo piacere in una risata di allegria al tuo cospetto, come la donna indiana dell’India. Forse è una risata sguaiata, ma in un mondo che non ride più, è gran cosa, serve a rallegrare la vita.

Detto questo, lasciatemi ritornare a Cuba, per ammirare quella foto stupenda, quella della vecchia Chevrolet americana, vestigia di un passato lontano, e il cavaliere a cavallo, in uno scenario di palme. C’è forse foto migliore che racconti Cuba? Non ditelo a nessuno, quella foto la custodisco gelosamente, il dono più bello che Graziano mi fece tempo fa. Ora potete anche accusarmi di favoreggiamento, ma che importa, la verità sta nelle foto e di chi le guarda.

© Francesco Cito

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fotografo, critico, docente
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3 risposte a Caro Graziano … firmato: Francesco Cito

  1. Fiorenza Orseoli ha detto:

    bellissimo elogio a Graziano. se lo merita tutto 🙂

  2. Pingback: Se fosse stato un fotografo americano | La valigia di Van Gogh

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