La sensibilità del mugo in Siberia e il fotografo

Certe volte inizio le mie conferenze sullo sguardo raccontando questa storia. L’ho trovata nei Racconti della Kolyma di Varlam  Šalamov ed è la descrizione del mugo siberiano, conifera sempreverde e lontano parente del cedro. Come dice Šalamov: un arbusto «di poche pretese», ma dalla «sensibilità eccezionale».

Eccezionale perché? Perché il mugo, ad autunno inoltrato, prima di tutti gli altri, sente l’arrivo della neve e si curva, sempre più in basso. Si corica a terra per prepararsi a sopportare il peso delle nevicate e dell’inverno. E, puntualmente, dopo qualche giorno, nevica.

E alla fine dell’inverno, quando tutto è ancora sepolto sotto metri di neve, il mugo sente, prima di tutti gli altri, il richiamo della primavera. Come racconta Šalamov: « … d’improvviso si alza un mugo. Si scuote la neve di dosso, si raddrizza in tutta la sua altezza». E, puntualmente, l’inverno finisce.

Trovo fantastica questa storia e la racconto perché, secondo me, il fotografo è come il mugo. Anche il fotografo sente (o, dovrebbe sentire) prima degli altri, in modo diverso dagli altri. Lo sguardo del fotografo si avventura per le strade, tra la gente o anche in studio, davanti alla più innocua delle nature morte, e sente quello che gli altri uomini non riescono a percepire con chiarezza.

Perché fotografare non è solo una questione che riguarda il vedere, ma qualcosa che coinvolge la percezione, il sentire. Cioè: intuire, prima degli altri, la luce, la forma e le storie del mondo. Secondo me.

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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2 risposte a La sensibilità del mugo in Siberia e il fotografo

  1. Cesare Nicola ha detto:

    Le verità assolute non esistono. Eppure, quel “secondo me” lo toglierei: è arduo sostenere che non sia come tu dici.

  2. lavaligiadivangogh ha detto:

    Grazie, Cesare. Ma preferisco lasciarlo, proprio perché vorrei evitare che si pensasse che detengo ‘verità assolute’ 🙂

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