Gli indirizzi sbagliati

Ieri ho letto una cosa che mi ha emozionato, molto. E mi ha fatto pensare. Stava in un racconto dello scrittore bosniaco Pedrag Matvejević (l’autore del bellissimo Breviario mediterraneo) pubblicato sul Domenicale del Sole 24 Ore del 28 luglio.

Matvejević racconta che, quando aveva otto anni, suo padre fu deportato in un lager tedesco. Da quel momento il bambino cominciò a scrivergli lettere, spedendole – con una dolce ingenuità tutta infantile – a un indirizzo che, accanto al nome e al cognome, comprendeva solo due parole: lager e Deutchland. Il postino, pensava Pedrag, sapeva certamente dove stava papà.

Ad un certo punto Matvejević scrive queste parole, folgoranti nella loro semplicità: «ripensandoci, ho l’impressione di non aver fatto altro che scrivere lettere per tutta la vita. Spesso spedite a indirizzi sbagliati.»

Indirizzi sbagliati, già. E’ bastata questa frase: ho cominciato a ripensare a tutti i miei indirizzi sbagliati. Parole, gesti, pensieri o messaggi, decisioni e scelte e preghiere inviate agli indirizzi sbagliati. E mai recapitate ai veri destinatari. Oppure certe foto: scattate in momenti, luoghi, luci sbagliate, o mostrate negli indirizzi sbagliati.

Così ho pensato che , in questo colossale vortice di messaggi dispersi e di risposte mancate e di equivoci, così ho pensato che, forse, un supplemento di vita ci è dovuto: per correggere, se non tutti, almeno gli indirizzi più importanti dei nostri messaggi  dispersi.

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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2 risposte a Gli indirizzi sbagliati

  1. Maurizio Rinaldi ha detto:

    non penso sarebbe giusto; lo sbaglio avrà uno scopo se esiste!? se puoi porvi rimedio….non serve….

    • lavaligiadivangogh ha detto:

      Anche questo é vero. Però, quando magari dopo anni, ti accorgi che l’indirizzo non era quello giusto, ti prende un po’ di struggimento. E questo struggimento, più che l’errore, ti rivela l’occasione mancata e perduta.
      Poi, é vero: molte volte l’errore é più rivelatore e innovativo, perché no?
      Grazie Maurizio, hai sempre osservazioni stimolanti.

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