Condannato a fotografare

© Courtesy Andrea Tomas Prato

Qualche tempo fa l’amico fotografo Andrea Tomas Prato (atpjustme.tumblr.com/) se ne era uscito con questa frase: Mi sento come condannato a fotografare.

L’ho trovata bellissima. Non so perché, ma sentivo che in quella battuta si nascondeva qualcosa di più profondo. E avevo promesso a Tomas che mi sarei messo a ragionarci sopra.

Ho passato parecchi giorni avvolto in una nebulosa di significati possibili,  senza venirne mai a capo. Fino a quando non mi sono posto la domanda giusta: Che cosa fa uno che si condanna alla fotografia? (perché, diciamocelo, si tratta pur sempre di una condanna che il fotografo si infligge da solo). E la risposta che mi sono dato è questa.

Se la fotografia è una pratica significante, cioè un comportamento (dell’occhio e della mente) che produce significato, chi decide di essere fotografo non si accontenta del solo vedere (casuale e passivo), ma sceglie di guardare (con intenzione) e di osservare (con attenzione) il mondo. In cerca di un possibile significato (visivo) delle cose. In ogni momento. Perché chi decide di porsi nella condizione di fotografo,  sente che non può fare/vivere diversamente. Perché non può farne a meno, di guardare il mondo da un mirino.

Credo sia questa la condanna del fotografo: cercare sempre, senza sosta e in ogni momento della propria vita, il senso possibile di quelli che Ghirri chiamava i “geroglifici” del mondo.

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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2 risposte a Condannato a fotografare

  1. nicoletta prandi ha detto:

    è una voglia di vivere giù, nel profondo delle cose, ed è per questo che pare una condanna. Nel buio ci son le paure e il fotografo le porta sulle spalle come grossi fardelli. quasi sempre.

  2. lavaligiadivangogh ha detto:

    Vero, quello che dici. E mi piace come lo dici. Anche se, credo, non esiste solo il buio …

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