La tazza, la fotografia e il paradiso

Willy Ronis

Willy Ronis

Ricordo d’aver letto da qualche parte che, secondo gli ebrei, in paradiso continueremo a fare la nostra vita normale, solo con una tazza appena un po’ spostata. Mi è sempre piaciuta questa immagine terrena, quasi domestica, di paradiso. Perché mi ha fatto capire ed apprezzare di più tanti piccoli momenti, anche insignificanti, in cui sono stato (e sono) felice.

Come quella domenica d’agosto, ad esempio, che sono andato alla Fondazione Forma a vedere una mostra di fotografia e poi mi sono seduto a fumare sotto gli alberi, sulle panchine di Piazza Tito Lucrezio Caro. In totale e silenziosa solitudine. In quel momento mi sono detto: Madonna come è bello tutto questo, sembra paradiso. In quel momento, qualcuno aveva spostato la tazza e avrei voluto che la tazza rimanesse lì per sempre, che nessuno la spostasse più. Che tutto continuasse a essere paradiso.

E’ stato quella volta che ho cominciato a sospettare che alcune fotografie sono, in un certo senso, un piccolo paradiso, un momento, cioè, in cui qualcuno ha trasformato un angolo di mondo in paradiso. Un momento in cui qualcuno ha spostato la tazza e l’ha lasciata lì, perché continuasse a essere paradiso.

Definirei tutto questo Paradisi possibili e permanenti della fotografia

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fotografo, critico, docente
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