Il tappeto e l’inquadratura. Aspetti teatrali della fotografia

«Gli scatti metallici della mia macchina fotografica sono colpi di martello. Come sempre avverto la contraddizione di quello che faccio: il teatro non nasce per essere fotografato.»

[Maurizio Buscarino, La giornata libera di un fotografo, Corazzano, Titivillus Edizioni 2006 (2002), p. 10]

Fa riflettere il fatto che queste parole siano state scritte da uno dei più bravi fotografi di teatro, Maurizio Buscarino, che ha speso il suo sguardo e la sua attenzione di uomo e di fotografo per esplorare il territorio teatrale europeo, americano e orientale. «Il teatro non nasce per essere fotografato».

Così mi sono messo a smontare quel pensiero e ho cominciato a ragionarci intorno, per rimontarlo da un’altra prospettiva. Questa.

Se «il teatro non nasce per essere fotografato», magari è la fotografia ad essere nata per essere teatralizzata. In fondo, ogni inquadratura è una (messa in) scena frutto del lavoro di regia sul soggetto, sulla luce, sui rapporti (ritmici) tra vuoto e pieno, sul “sottotesto” della connotazione …

Proseguo lungo questo ragionamento e prendo a prestito, da un altro uomo di teatro, il regista Peter Brook, alcune idee per rappresentare cosa succede quando fotografiamo. In una delle sue conferenze raccolte in La porta aperta (Torino, Einaudi 2005), Peter Brook racconta che, durante le prove, fa stendere sul palcoscenico un grande tappeto. Gli attori, quando sono fuori dal tappeto, possono fare ciò che vogliono, ma nell’esatto momento in cui mettono i piedi dentro il tappeto tutto cambia.

Tutto cambia perché, quando l’attore entra nello spazio simbolico del tappeto, ogni suo gesto, ogni sua parola diventano più gesto, più parola. Dentro lo spazio-metafora del tappeto ogni gesto diventa più visibile, più concentrato ed essenziale, privato del superfluo.

Vengo al punto. A me, quel tappeto ha sempre fatto pensare all’inquadratura fotografica. Provate a immaginare: sollevate da terra quel tappeto-cornice-spazio simbolico; mettetelo in verticale, davanti al vostro sguardo; immaginatelo trasparente, come un mirino. E cominciate a traguardare, in cerca della vostra inquadratura.

Non è ciò che accade in fotografia? Non è forse vero che, attraverso il nostro tappeto-inquadratura, rendiamo più visibile l’albero che abbiamo scelto di inquadrare e che, per questo motivo, diventa più albero rispetto a quelli che abbiamo lasciato oltre i bordi dell’immagine? Non è forse vero che, attraverso il nostro tappeto-inquadratura, togliamo il superfluo che circonda il soggetto o il gesto che vogliamo rendere più visibili, per renderli nella loro essenza (Cartier-Bresson direbbe che il gesto fotografato deve riassumere, in sé, un’intera narrazione)?

Ecco, definirei tutto questo Dimensioni e presenze teatrali nell’atto fotografico.    

Annunci

Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
Questa voce è stata pubblicata in Questioni di perimetro e contrassegnata con , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Il tappeto e l’inquadratura. Aspetti teatrali della fotografia

  1. Paolo Filighera ha detto:

    Realta’ ” aumentata” per effetto della sottrazione… Un ossimoro concettuale di cui i Greci erano maestro. Il cerchio magico deli teatro, d’altra parte, e’ roba loto.

  2. infinitoistante ha detto:

    Vero.
    Vuoi vedere che, anche se l’idea è paradossale, la fotografia è un po’ roba loro?
    (A proposito di paradosso: altra roba dei greci …)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...