Lo sguardo mimetico

Negli ultimi tempi, uno degli esercizi di manutenzione dello sguardo che mi capita di eseguire è quello dello “sguardo mimetico”. Lo utilizzo per realizzare un progetto intitolato Album Sophie Calle. Ruoli e consiste nello spogliarmi del mio sguardo per adottare quello di un’altra persona. E’ un esercizio un po’ più complesso del solito perché, oltre a richiedere una maggiore concentrazione, è necessario un tempo di preparazione (incubazione) durante il quale la mente deve “travestirsi”e inventare/adottare procedimenti visivi, mentali e comportamentali altrui.

L’altro giorno annotavo (Indizi poetici in fotografia) che a volte mi sembra di fotografare come se scrivessi l’incipit di un romanzo. Ecco, con lo “sguardo mimetico” non è più il mio sguardo a guardare/fotografare, ma è lo sguardo del personaggio cui ho dato voce visiva che agisce. Con lo “sguardo mimetico” entra in scena (in fotografia) la “soggettiva” di qualcuno che non sono più io.

Album Sophie Calle. Studio per ruolo n. 2. Il Sagrestano (2013)

Album Sophie Calle. Studio per ruolo n. 2. Il Sagrestano (2013)

Per Il sagrestano, ad esempio, nei giorni che hanno preceduto i quarantacinque minuti durante i quali ho agito e guardato come un sagrestano, nei giorni precedenti la performance – dicevo – ho fornito allo sguardo una serie di coordinate narrative. Eccole, in sintesi.

Il sagrestano è un uomo di settantadue anni, magro (da lontano ricorda Alberto Giacometti sotto la pioggia fotografato da Cartier-Bresson) e dalle spalle curve. Ha una leggera zoppia congenita (poliomelite?) e il volto grigio di chi non ama stare all’aperto. Non ha conosciuto i genitori (dicono fossero giostrai ambulanti) ed è stato cresciuto dai Padri Salesiani. E’ un solitario e ha avuto un solo amore, Nena (Maddalena), che lo ha lasciato per farsi suora. Ha uno sguardo mite e rassegnato, ma senza risentimenti verso la vita. Anzi, è uno sguardo che lascia trapelare gratitudine. La chiesa è l’unico universo che conosce: spirituale (per abitudine e fedeltà) e concreto (da anni vive nella canonica) e in chiesa lui si sente al sicuro. La vita non gli ha dato molto, ma il sagrestano, quel poco che ha ricevuto, lo assapora con gusto, come una pagnotta appena sfornata.

La fotografia che il sagrestano ha realizzato è un’immagine “umida”. Contiene il giusto grado di commozione, da distribuire equamente tra il rimpianto per ciò che non è mai sbocciato; la serena accettazione di quanto lui ha, comunque, ricevuto dalla vita; la meraviglia del sole pomeridiano che esplode tra le vetrate (meraviglia, così pensa il sagrestano, che è tutta per sé).

Il prossimo “sguardo mimetico” sarà quello un po’ laido e borderline di una Affittacamere di città vecchia.

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Informazioni su lavaligiadivangogh

fotografo, critico, docente
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4 risposte a Lo sguardo mimetico

  1. borful ha detto:

    Rimango in osservazione. Al momento sono fortemente perplesso…

    • lavaligiadivangogh ha detto:

      In che senso, Fulvio? Io, ad esempio, non mi trovo ancora perfettamente a mio agio nel muovermi tra parola e immagine. Sto ancora cercando un equilibrio tra i due materiali, perché – in questi primi esperimenti – e’ la parola ad avere il peso maggiore. Ma voglio vedere fino dove posso spingermi.

      • borful ha detto:

        Proprio nel senso che dici. Secondo me, siamo in un periodo nel quale l’immagine fotografica subisce la colonizzazione della letteratura, in modo, se vuoi, simile a come la subì la pittura nel periodo del romanticismo storico. Ad uscirne furono gli impressionisti… pura e semplice visione, senza nessuna parola a sostenerla…

  2. lavaligiadivangogh ha detto:

    Mmmm, si, sono consapevole del rischio che corro (in questa direzione), ma quello che sto cercando (in senso artigianale: provo e riprovo soluzioni diverse) e’ – se mai esiste – un modo diverso di vivere e compiere l’atto fotografico. Forse avvicinandomi alla teatralità del gesto (come direbbe Jeff Wall), ma utilizzando lo sguardo. E oggi, dopo le prime prove, ho ancora bisogno di tante parole. E non so ancora bene come alleggerire questo fardello.
    P.s. Mi fa piacere averti come “coscienza critica”.

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