Quando le foto si sciolgono al sole dello sguardo

«Signore, non impressionatevi. Qui il confine col mar Glaciale, sul quale ci fu, al cominciar dell’inverno ultimo scorso, una grossa e crudele battaglia fra gli Arismpiensi e i Nefelibati. Allora gelarono in aria le parole e i gridi degli uomini e delle donne, l’urtar delle mazze, il risuonar degli arnesi, delle bardature, i nitriti dei cavalli, e ogni altro tumulto di battaglia. Adesso, passato il rigor dell’inverno, arrivando la serenità e temperie della bella stagione, tutti questi rumori fondono e vengon sentiti. […] E così ci gettò sul ponte a piene mani parole gelate, e sembravano confettini perlati di vari colori. Noi vi discernemmo parole araldiche, parole di sinopia, parole d’azzurro, di nero, parole dorate. Le quali, dopo essersi un po’ scaldate nelle nostre mani, fondevano come neve, e allora le sentivamo realmente.»

[François Rabelais, Gargantua e Pantagruele, Torino, Einaudi 1993, p. 666]

Queste sono le parole pronunciate dal capitano della nave che porta Pantagruele ai confini con il Mar Glaciale, il luogo dove le parole si ghiacciano. E’ una citazione che uso spesso per spiegare ai miei allievi cosa accade quando leggiamo una fotografia.

Guardare una foto non è un gesto anonimo e senza importanza: guardandola, noi  riportiamo in vita un momento accaduto prima del nostro presente. Perché, come nel racconto di Rabelais, il nostro sguardo funziona come il calore del sole con le parole: scioglie ciò che l’apparato fotografico aveva “congelato”, magari anni e anni prima del nostro sguardo attuale. Guardare una foto  significa riportare in vita una presenza, sia essa un volto un luogo un fiore un gesto. Una specie di resurrezione dell’attimo.

Quasi cinquecento anni dopo il racconto di Rabelais, un altro capitano, Grazia Neri (capitano della storica agenzia fotografica), si spinge ancora più in là:

«Una fotografia esiste se viene guardata, e muore se nessuno la guarderà più.»

[Grazia Neri, La mia fotografia, Milano, Feltrinelli 2013, p. 14]

descrivendo, così, il destino delle fotografie quando rimangono senza il calore di uno sguardo che le scioglie dal loro mutismo e immobilità.

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fotografo, critico, docente
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