Invidio te. Dialogo fra una nuvola e un fotografo

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Il cielo mi guarda. Una nuvola mi osserva e scruta ogni mio passo.

Guardo il cielo, l’azzurro e le sue nuvole. Ci guardiamo. Ci ascoltiamo.

NUVOLA

Invidio i tuoi passi. Ti invidio la terra che calpesti e gli odori che la pioggia notturna ha lasciato sul terreno e nell’aria.

FOTOGRAFO

Invidio il tuo cielo e l’aria che attraversi senza soste. Invidio la tua prospettiva e il silenzio che ti accompagna.

NUVOLA

Amico mio, la mia è solo invidia provvisoria. Con i primi venti di tramontana diventerò pioggia e le  mie gocce scenderanno a terra, mescolate ai tuoi passi. E rinascerò profumo e nebbia e frescura serale …

FOTOGRAFO

Amica mia, l’invidia mia è costante, perché posso raggiungerti solo con lo sguardo e con la poesia.

 

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Per una fotografia sentimentale

Sentimentale. Che ha a che fare con il sentimento. Cioè: con il sentire. E noi sentiamo con il corpo, non con la mente.

In altre parole: queste sono immagini raccolte (captate, come un rabdomante) con lo sguardo del corpo, non con lo sguardo della mente.

Immagini raccolte ascoltando Ruby’s Arms di Tom Waits. Nate dai brividi della pancia e dalla pelle d’oca fuoriusciti da un corpo in vibrazione, e questi brividi si sono riconosciuti in qualcosa, là, fuori, che vibrava alla stessa frequenza.

 

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Così. Prove di immaginario

 

Todd Hido 7373

Todd Hido, #7373, 2009, dalla serie “Houses at Night”

Essere fotografi significa notare i dettagli in superficie e come essi rappresentino qualcosa di più grande. Un po’ come essere un detective o uno psicologo.”  (Todd Hido)

 

– Perché mi guardi così?

(Silenzio. Solo il suono impreciso e metallico di una radiolina che trasmette In the neighborhood di Tom Waits)

– Rispondi. Perché mi guardi così?

– Niente.

– Niente?

– Niente.

– Insomma, vuoi dirmi perché mi guardi così?

– Non so. È tutto così strano.

– “Così” come? che vuoi dire?

– Voglio dire che tutto è tutto come non l’ho mai visto prima.

– Tutto cosa?

– Tutto. Il tavolo, la radio, questa canzone e questa casa, la luce della cucina, la mia faccia, tu …

– Che vuoi dire? Non ti vado più bene?

– … come se fra me e queste cose ci fosse una distanza incolmabile.

– Non ti senti bene?

– Sto bene. Solo che tutto è così strano.

– Non ti capisco quando parli così.

– Non importa. Esco a prendere un po’ d’aria.

(Sbatte una porta. Resta nell’aria un silenzio irrisolto e la canzone di Tom Waits che esce dalla radiolina)

 

[Dialogo immaginato con lo sguardo mentre guardavo #7373 di Todd Hido e ascoltavo In the neighborhood di Tom Waits]

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Le mele cadute

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2018. Campionario d’inverno #1 

Casa dall’intonaco scrostato che lascia trasparire mattoni rossi sbrecciati

Rami aspri e contorti di alberi nella nebbia

Nidi vuoti tra i rami messi a nudo dall’inverno

Masse di foglie marce e moribonde sul ciglio della strada

Furgone del latte che schizza fango con il suo passaggio nervoso

Scuolabus color giallo-desolazione con un solo bambino a bordo

Stormi di uccelli che fluttuano bassi nel cielo gonfio di freddo

Sacco della spazzatura abbandonato da giorni lungo la strada

Rose senza vita e colore nel giardino della canonica

Mozzicone bianco schiacciato da un trattore …

 

Le immagini sono dovunque, come mele cadute nell’erba, dove marciranno se il viaggiatore, con occhio amorevole e gusto per la bellezza – per qualsiasi bellezza – non si chinerà a raccoglierle.

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La mia anima si tuffa nell’acqua

 

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La mia anima si tuffa nell’acqua. Favignana, 2018

Nuovo sguardo, nuovo vedere. Fotografare nuovo. Il mio. Da qualche tempo.

Sguardo e fotografia che niente hanno da rivelare, che niente vogliono disseppellire dalla struttura del mondo. Nessun indizio da decifrare, nessuna speculazione. Solo una coscienza, una presenza immediata. Uno slancio, una fusione con le cose.

Il mio sguardo, la mia fotografia nuova. Rinvenuti in questo haiku del poeta Onitsura:

La mia anima si tuffa nell’acqua

e riemerge

con il cormorano

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Veli di illusione

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Favignana, 2018

Noi siamo ciò che vediamo e, quindi, poiché lo sguardo è atto centrale in Fotografia, noi siamo anche ciò che fotografiamo. O così sarebbe, se non fosse che la luce pura del nostro sguardo – che tutti abbiamo innata – con il tempo è diventata simile a una lampadina accesa che abbiamo ricoperto di tanti veli, uno sopra l’altro, fino a coprirla del tutto, fino a oscurarla. Sono i veli del condizionamento, dell’educazione, dell’imitazione, delle abitudini, dei pregiudizi, della cultura delle mode. Veli di illusione.

Ė a questo punto che avverto la mancanza di qualcosa e mi domando: Ma cosa vedo, cosa fotografo veramente? Allora provo a togliere, uno a uno, tutti i veli. Spoglio lo sguardo dalle illusioni e mi metto in cerca di quel qualcosa: la luce dentro di me e la pulizia dello sguardo davanti alle cose. Vado, velo dopo velo, alla riscoperta della Fotografia come gesto del presente, della presenza.

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Momenti antenati

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L’airone, 2017

Uno dei pregi o privilegi di diventare vecchi è il sentimento del tempo: la percezione, più estesa e profonda, dello scorrere delle cose e dei giorni, del loro accumularsi senza sosta. Sentimento che si manifesta in un gesto invisibile e potente: ricordare.

Capita, così, che quando incontri un volto, ascolti un profumo, guardi un’onda, una fioritura o inquadri un airone, in quel luogo e in quel momento si danno convegno tutti i volti, i profumi, le onde, le fioriture e gli aironi che ti hanno preceduto, che hai odiato o amato.

A questo punto, puoi scegliere se lasciarti precipitare, e perderti, in una geologia senza fine del passato o restare qui, seduto sopra tutti quei momenti antenati, a respirare il presente. Come un airone appoggiato sul riflesso di una cascina.

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